Ascolta l’intervista – Zollner: “Per gli abusi sui minori la Chiesa deve affidarsi agli esperti”

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“Celebrare la speranza” per le vittime di abuso nella Chiesa cattolica e ampliare formazione e tutela dei minori. Questi i temi su cui si sono confrontati a Roma in una tavola rotonda durata cinque giorni organizzata dallo Scottish Catholic Safeguarding Service, dalla Safeguarding Commission di Malta e dal Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, oltre cento tra professionisti laici e religiosi, provenienti da 14 Paesi del mondo di lingua anglofona.

Ogni approccio volto a tutelare i minori che hanno subìto abusi all’interno della Chiesa cattolica non può prescindere dal presupposto fondamentale di mettere le vittime al centro di ogni azione di prevenzione e terapia. A partire da questo assunto i 111 esperti presenti alla Conferenza anglofona per la protezione dei minori hanno ascoltato cinque vittime sopravvissute alle violenze ed elaborato “buone pratiche” per affrontare gli abusi.

Un tema discusso da differenti prospettive che vanno dall’evitare che chi abbia commesso abusi possa compierne altri dopo aver scontato la pena, all’assistenza alle famiglie e le comunità che hanno avuto vittime al loro interno. “Nella tutela dei minori, la Chiesa ha bisogno di procedere oltre un approccio amatoriale e deve accogliere i consigli degli esperti in questo ambito”, ha detto l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, mentre il padre gesuita Hans Zollner, presidente del Centro per la protezione dei minori della Gregoriana ha sottolineato l’importanza di investire tempo e risorse in formazione e prevenzione.

Ascoltiamolo l’Audio

R. – Con la insistenza da parte di Papa Benedetto e con il cammino che Papa Francesco ha seguito, penso che sia iniziato un cambio di atteggiamento. Il tema viene discusso pubblicamente in zone che fino a poco fa, e parliamo di uno o due anni fa, non avevano mai messo un argomento come questo nell’agenda di una conferenza pubblica. Ci sono più e più vescovi e provinciali delle congregazioni religiose che sono molto consapevoli e sono anche ormai informati e formati su queste vicende. Sono veramente segni di speranza.
D. – Cosa è emerso da questi cinque giorni di dibattiti e di discussioni?
R. – La cosa principale di questo tipo di raduno, che continua da una quindicina di anni, è che la gente che nella parte anglofona del mondo lavora per la protezione dei minori si vede, si aiuta a vicenda per comprendere meglio alcuni fenomeni e si incoraggia, perché è un lavoro abbastanza faticoso: uno deve fare i conti con cose molto brutte che sono successe all’interno della Chiesa, che sono state commesse da sacerdoti e da altri membri del clero. Inoltre devono fare i conti anche con la lentezza nelle risposte e la difficoltà di comprendere che qui parliamo di un tema che deve veramente entrare nella pianificazione pastorale e che deve raggiungere un livello di priorità tra le priorità della Chiesa.
D. – Un ruolo importante è quello dell’apertura a degli esperti esterni…
R. – Certamente la Chiesa deve e può imparare tanto da istituzioni che lavorano già da anni e decenni in questo ambito, dagli esperti in materia. Non solo per la formazione dei sacerdoti religiosi e religiose, ma anche nel mondo educativo cattolico, gli insegnanti, i catechisti e le persone che lavorano con i giovani, gli scout… Ci sono già, fuori della Chiesa, conoscenze ormai acquisite e consolidate che devono passare da un Paese all’altro, da un continente all’altro. Quello che purtroppo fino a poco fa non è successo. Ci sono persone che veramente hanno una capacità acquisita di 30, 35 anni di lavoro in questo campo e che incontrano persone, in Africa per esempio, che appena adesso iniziano a parlare di questo tema.
D. – Voi dite che non c’è un solo approccio, unico, possibile, che vada bene per ogni situazione di questo genere. Quali sono i vari aspetti possibili?
R. – Noi con la nostra preoccupazione occidentale molto centrata, anche giustamente, sulla violenza sessuale nei confronti dei bambini dobbiamo fare i conti con una situazione in cu sicuramente questa esiste in tutto il mondo, ma fa anche parte di una realtà spaventosa, orribile di violenze varie dei diritti dei bambini. Perciò un approccio unico, una misura per tutti, non funzionerà. Noi come occidentali potremmo andare in Africa e in Asia e parlare dell’aiuto necessario da parte di psicologi, terapeuti, operatori sociali, ma sappiamo che in realtà come il Rwanda ci sono in tutto il Paese 7 psichiatri per 11 milioni di persone. Le risorse non esistono. Bisogna anche aiutarli a sviluppare non solo le loro risorse ma anche integrare quello che culturalmente è già a disposizione nelle varie figure, nei vari riti, nei vari costumi che già ci sono e che a volte funzionano anche molto bene, ma non seguono i nostri schemi di giustizia o di sicurezza perché semplicemente non hanno le strutture e non hanno il personale.

Radio Vaticana