Siria: negoziati a Ginevra per uscire dall’incubo della guerra

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Occhi puntati su Ginevra, dove sono in corso i negoziati di pace per la Siria sotto l’egida dell’Onu. Alla quarta tornata di colloqui partecipano, oltre al governo di Damasco, alcuni gruppi dell’opposizione. Apertura ieri dei lavori con il discorso di Staffan De Mistura, inviato delle Nazioni Unite per la Siria. Intanto sul terreno ancora scontri.

“Il popolo siriano vuole una via d’uscita da questo incubo della guerra che dura dal 2011”. Le parole di Staffan de Mistura scuotono le coscienze della comunità internazionale e dei protagonisti di un conflitto per ora senza via d’uscita. La soluzione politica è quella via d’uscita evocata dal diplomatico nel discorso inaugurale alla quarta tornata di colloqui tra regime e opposizione. Rivolgendosi ai negoziatori De Mistura ha sottolineato come sia necessario che regime e opposizione si assumano ora una responsabilità storica. Gli oltre 300 mila morti di questa guerra assurda sono l’inutile prezzo pagato, che sinora non ha scalfito minimamente le posizioni dei contendenti. De Mistura ha anche incontrato un gruppo di donne giunte a Ginevra per discutere delle persone detenute e rapite in Siria, delle quali non si sa più nulla. ”Ci sono migliaia di madri, mogli, figlie – ha detto De Mistura – che sperano che i negoziati possano favorire almeno il ritrovamento dei propri congiunti. Intanto sul terreno ancora violazioni della tregua. Alcuni gruppi di ribelli, appoggiati dalla Turchia, hanno annunciato di aver riconquistato la città di Al-Bab, vicino Aleppo, una delle ultime roccaforti del sedicente Stato Islamico.

Ma nel cuore della popolazione siriana la speranza della pace non si affievolisce: “il cambiamento nasce dai semplici gesti quotidiani” dice, padre Ibrahim Alsabagh, parroco latino di Aleppo, commentando l’odierna fase di colloqui in Svizzera:

R. – Sicuramente, ogni tentativo di dialogo e ogni appuntamento tra le diverse parti per noi è un grande segno di speranza. Siamo realisti, sappiamo quante sfide ci sono … abbiamo saputo che le rappresentanze di alcune parti sono composte solo di poche persone ma, dall’altra parte, rimane un segno di speranza per un futuro migliore.

D. – Padre Ibrahim, tra due settimane sarà il sesto anniversario dello scoppio prima delle proteste e poi di tutta una serie di eventi che hanno poi portato alla catastrofe della guerra. Lei che risultati vede, oggi?

R. – Sicuramente, vediamo la gente più sofferente, più appesantita, più povera. Ad esempio, ad Aleppo abbiamo grande difficoltà con l’acqua, perché l’Is ha tagliato le condutture verso la città; l’elettricità non esiste e per tutti, significa mancanza di lavoro. E tutto questo sempre con i prezzi alle stelle. E’ una situazione diciamo “post-guerra”, anche se non è finita per Aleppo, ma questo post-guerra significa sempre sofferenza e tante attese.

D. – Uno dei posti dove ancora si lotta, ad esempio, è Idlib: c’è stato un allarme dell’Unicef per i bambini, che torna a farci pensare quanto siano stati protagonisti in questi sei anni. Ecco, l’infanzia ad Aleppo: come stanno i bambini? Hanno ripreso la scuola? Sono rimasti, i bambini?

R. – Sì, ci sono i bambini sempre con i segni della sofferenza, di tanti shock psicologici, ma non solo i bambini. Vediamo anche tantissime donne con disturbi, tantissimi uomini anche mutilati; vediamo questo ogni giorno e sappiamo che se ad Aleppo è così, allora anche in ogni luogo della Siria.

D. – Prima, la Siria era il luogo del dialogo; ora a Ginevra si combatte per ricostruirlo, questo dialogo. Secondo lei, c’è spazio, oggi, con quello che è accaduto, per tornare a stare insieme?

R. – Sicuramente, per noi c’è sempre la possibilità di un dialogo, di ricucire questa bellissima società-mosaico che è stata lesa nella sua unità.Quello che cerchiamo di fare noi è di andare incontro all’altro: non importa cosa l’altro abbia fatto ieri, noi gli andiamo incontro con tutto quello che possiamo fare, nonostante le nostre ferite, i nostri limiti come Chiesa locale. Per me è molto facile ricucire o aprire un dialogo: basta uscire in strada, basta dire buongiorno a una persona, soffermarsi ad ascoltare la sofferenza, basta bussare alla porta di un capo religioso e fare una visita.

D. – Si può tradurre in politica, questo?

R. – Le cose grandi iniziano dalle cose piccole, dalle cose più semplici: da una stretta di mano, da un sorriso, da un saluto dal cuore … Abbiamo tanta speranza che questi semi facciano veramente grandi miracoli. E noi riusciamo a vederli, specialmente quando si tratta delle Chiese: noi possiamo oggi fare molto, molto di più di quello che i canali istituzionali possono fare.

D. – Lei dice quindi anche a livello di dialogo interreligioso?

R. – Certo. Come concittadini, come persone, come responsabili di un cammino possiamo fare tanto. La Chiesa qua, per esempio, ha una grande influenza, un grande potere morale che può, spesso, cambiare anche il camino di un popolo. Noi sentiamo questa forza, oggi, e cerchiamo di approfittare proprio di questa nostra autorità morale per riprendere in mano il timone e cercare di guidare il Paese verso il dialogo.

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