Rsf, rapporto 2017: anche democrazie a rischio libertà stampa

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Sono 72 i Paesi in cui la situazione della libertà di stampa è difficile; in 21 di questi, definiti ‘neri’, è addirittura “molto grave”. A dirlo è la classifica annuale stilata da Reporters sans Frontieres che accusa i grandi come Cina, Russia, India, ma non solo.

Ad aprire la lista la Novergia, a chiuderla la Corea del Nord, nel mezzo altri 178 Paesi: tutti sotto la lente di ingrandimento di Reporters sans Frontieres, che definisce la classifica 2017 “segnata dalla banalizzazione degli attacchi contro i media e dal trionfo di uomini forti che hanno fatto precipitare il mondo nell’era della post-verità, della propaganda e della repressione”. Un’analisi spietata dello stato di salute dell’informazione nel mondo, che punta il dito anche contro alcuni importanti Paesi democratici, ossessionati – si legge – dalla sorveglianza e dal non rispetto delle fonti, aspetti che hanno fatto slittare nella graduatoria nazioni come Stati Uniti, Regno Unito, Cile e Nuova Zelanda.

La libertà di informazione retrocede anche in Polonia, Ungheria e Tanzania, mentre la Turchia di Recep Erdogan si distingue – si legge ancora – per essere “la più grande prigione al mondo per i professionisti dei media”. Stesso duro commento per la Russia di Putin, al 148.mo posto.

Ma anche i Paesi virtuosi non sono esenti da critiche. La Finlandia, dopo sei anni, ha ceduto il primo posto alla Norvegia a causa di pressioni politiche e conflitti di interesse. Un duro colpo per l’Unione Europea, spiega ancora il rapporto. Penultima in classifica l’Eritrea che, per la prima volta dal 2007, ha lasciato l’ultima posizione alla Corea del Nord, Paese messo in ginocchio dal terrore, dove anche il semplice ascolto di una stazione radio estera può determinare la segregazione in campo di concentramento. Agli ultimi posti anche Turkmenistan e Siria, che resta il Paese con il maggior numero di giornalisti uccisi.

La situazione peggiore dunque è nelle regioni del Nord Africa e del Medio Oriente, ma anche dell’Europa dell’Est e dell’Asia centrale. Nel continente americano il Nicaragua è scivolato di 17 posizioni per i casi di censura, di intimidazione e di arresti arbitrari a seguito della controversa rielezione di Daniel Ortega. La libertà di stampa – è l’amara conclusione di Reporters sans frontieres – non  è mai stata così minacciata.

Nella classifica annuale stilata da Reporters sans Frontieres, l’Italia guadagna 25 posizioni, ciò non rende però il Paese esente da rischi per i giornalisti. Nel rapporto si legge che il “livello di violenze contro i reporter è molto preoccupante” e che subirebbero intimidazioni da alcuni politici, come taluni del Movimento 5 Stelle. Alessandro Galimberti, giornalista del Sole 24 Ore, è il presidente dell’Unione nazionale cronisti, che oggi a Torino ha celebrato la X Giornata della Memoria dedicata ai giornalisti italiani uccisi da mafie e terrorismo. In apertura di cerimonia il ricordo di Carlo Casalegno, il vicedirettore de La Stampa ucciso 40 anni fa dalle Brigate Rosse. Nonostante i decenni, la situazione di intimidazione non sembra cambiata. Francesca Sabatinelli ha intervistato Galimberti:

R. – Io trovo non solo una situazione simile, ma una situazione quasi identica nel contesto culturale e professionale di emarginazione in cui vengono spinti i giornalisti. Se le Brigate Rosse a Torino hanno colpito Carlo Casalegno, e hanno colpito anche tante altre città, e se a Palermo, in Sicilia, otto giornalisti sono morti per mano della mafia, è perché c’erano le condizioni – 40 anni fa, 30 anni fa – perché ciò avvenisse. Prima emarginare il bersaglio e poi colpirlo quando è solo. Un’emarginazione professionale dentro le redazioni, un’emarginazione sociale, un’emarginazione culturale. Dove sta la similitudine, oggi, rispetto a questi fatti del passato che partono dai primi anni Settanta e arrivano fino a metà degli anni Novanta? Nel fatto che i giornalisti tornano ad essere oggi i nemici della collettività. C’è un popolo della rete, ci sono vari partiti politici – in particolare uno – che ogni giorno bersagliano i giornalisti come portatori di menzogne e alimentatori d’odio: queste sono le condizioni in cui matura l’isolamento sociale e culturale che rende tutti i giornalisti potenzialmente degli obiettivi. Credo che si debba imparare molto dalla storia, che si debba tenere viva la memoria di questi colleghi, ed è questo il senso della Giornata dell’Unci: tenere vivo il ricordo della situazione in cui sono avvenuti questi omicidi. Ci sono troppi indici che ci dicono che stanno di nuovo maturando condizioni per rendere i giornalisti obiettivo di malintenzionati.

D. – Del resto, questo è proprio quello che ha sottolineato il presidente Mattarella nel messaggio: bisogna ribadire con determinazione la necessità di proteggere i cronisti che subiscono minacce e intimidazioni …

R. – Ti ringrazio per aver citato il messaggio del presidente della Repubblica. E’ importante perché arriva dalla massima istituzione dello Stato, ma anche perché Sergio Mattarella è uno di quei parenti che oggi abbiamo avuto tra noi, parenti di vittime della mafia, a raccontare la storia di normalità del loro dolore e della disperazione e della tragedia che li hanno colpiti. Il presidente parla di necessità di tutelare i giornalisti raggiunti da minacce, per i giornalisti già esposti, ed è sicuramente una cosa che lo Stato sta facendo, le istituzioni lo stanno facendo con estremo puntiglio, e quindi rendendo impossibile la vita a questi colleghi, ma almeno conservando la loro esistenza. Io credo che oggi si debba fare un passo in più e fermare l’istigazione di odio e di falsità che avviene attraverso la rete, e che alcuni partiti e fazioni politiche utilizzano per creare un odio –  è triste da dire – un odio di categoria, un odio di classe, che una volta seminato, e viene seminato a piene mani, non è più controllabile. Di fronte a questa cosa, tutti dobbiamo avere senso di responsabilità: i politici, le istituzioni, la scuola, la società e le associazioni, e fermare quest’onda che è pericolosissima e che nessuno ancora avverte.

D. – L’Unci si allinea, quindi, a ciò che scrive sull’Itala “Reporters sans frontières”: la libertà di stampa è migliorata ma i giornalisti continuano a essere minacciati dalla criminalità organizzata e in più subiscono le intimidazioni dai politici – e qui vi riferite al Movimento Cinque Stelle – che rendono pubblica l’identità dei cosiddetti “giornalisti che infastidiscono” …

R. – I giornalisti hanno una serie di cerchi concentrici di minacce. La vecchia politica ha tentato per tanti anni di cambiare le regole sulla diffamazione a mezzo stampa, per creare un vero bavaglio all’informazione. Negli ultimi tempi questa morsa si è allentata, ma ora c’è la nuova politica, che è quella – diciamo così – “movimentista”, del Movimento Cinque Stelle, che è molto più pericolosa perché apre i bersagli potenzialmente a tutta la società civile, a tutta la nostra comunità professionale. E poi c’è un Paese che non solo riceve minacce dalla classe dirigente, ma le riceve dal basso, dalla criminalità organizzata, dalla malavita organizzata che – è bene sempre ricordarlo – controlla un terzo del territorio del Paese. Certo lo controlla a macchia di leopardo, perché c’è anche lo Stato, ma ci sono migliaia di giornalisti che vivono sotto il giogo continuo delle associazioni mafiose. E’ evidente che è la fotografia di una situazione in cui fare il giornalista in Italia, fare soprattutto il cronista in Italia, è un’attività pericolosa.

Radio Vaticana

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