Quinto giorno di Raid israeliani su Gaza: 132 i morti

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Quinto giorno di raid israeliani su Gaza: l’ultimo bollettino parla di 132 morti, 25 solo oggi e 900 feriti. Continua anche il lancio di razzi dalla Striscia verso lo Stato Ebraico. Al lavoro la diplomazia internazionale: l’inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Tony Blair è arrivato al Cairo per favorire con la mediazione dell’Egitto una cessazione delle ostilità. Domani Francia, Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna discuteranno una proposta di cessate il fuoco. Lunedì invece riunione della Lega Araba. Cecilia Seppia

Il bilancio delle vittime sale di ora in ora mentre i razzi non si contano più. L’ultimo in ordine di tempo è stato sparato da un drone israeliano nel rione Sheikh Radwan di Gaza uccidendo 8 persone e ferendone altre 20. E’ stata una strage dicono i testimoni che raccontano di corpi fatti a pezzi. Obiettivo era la casa della sorella dell’ex premier di Hamas, Haniyeh, e tra le vittime infatti ci sarebbero anche due dei suoi nipoti. Scene di orrore si sono viste anche questa mattina a Beit Lahya, a nord di Gaza, dopo che l’aviazione israeliana ha centrato un orfanotrofio, provocando la morte di tre bambine disabili. Centinaia le case rase al suolo, oltre un migliaio gli sfollati, mentre domani comincerà l’evacuazione degli stranieri. Il britannico Tony Blair intanto è arrivato al Cairo e proprio l’Egitto ha fatto sapere di aver intensificato i contatti per negoziare una tregua, mentre Gran Bretagna, Stati Uniti Francia e Germania discuteranno domani una proposta di cessate il fuoco, secondo quanto affermato dal ministro degli esteri inglese Hague. Lunedì invece sarà la volta della Lega Araba. Ma le ultime dichiarazioni del governo di Netanyahu, vanno in un altro senso: Lapid, ministro delle Finanze ha precisato “non ci saranno limiti alla nostra operazione”. Lo stesso il titolare della Difesa che ammonisce: siamo pronti a lunghi giorni di combattimento. Tuona invece il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiama entrambe le parti a deporre le armi e rispettare il diritto umanitario internazionale.

Dunque si vive nel terrore dei bombardamenti in queste ore nella Striscia. Antonella Palermo ha parlato con il parroco di Gaza, padre Jorge Hernandez:

R. – Questa notte i bombardamenti non si sono fermati nemmeno un minuto e ora si continua. C’è il pericolo imminente di un’invasione terrestre. Parte dell’esercito di Hamas è in attesa di questo ingresso, sarà una cosa bruttissima.

D. – Voi come vi state comportando in questi giorni?

R. – Da parte dei cristiani va vissuta, da un canto, come qualsiasi altro palestinese di Gaza che si trova sotto le bombe, in pericolo; d’altro canto, c’è la paura che ci sia all’interno qualche reazione contro i cristiani. Finora, grazie al Cielo, non hanno subito nessuna di queste cose, però vedendo un po’ il modus operandi di altre parti si può pensare a questo tipo di cose. Non possiamo uscire, ovviamente, io mi tengo in contatto con i parrocchiani esclusivamente attraverso il telefono. Siamo fedeli all’apostolato della presenza, ci rendiamo conto che ha un valore enorme, anche solo restare. Tante persone ci hanno chiesto di non andare via, e noi non andiamo via, tanto più di questo non si può fare. Intuivamo che la situazione sarebbe degenerata fino a questo punto, e non credo che finirà presto, qui nessuno purtroppo lo crede.

D. – Da più parti si invoca un intervento delle Nazioni Unite…

R. – Io vivo qui, conosco le persone, posso dire francamente che, per quanto ci si possa appellare ad un intervento delle Nazioni Unite, per la gente questo ora non ha nessuna importanza. E’ un conflitto troppo antico che non ha nessun presupposto di conclusione, e l’aggravante ora è che Hamas è molto molto forte, ciò è preoccupante.

D. – Dove è la soluzione?

R. – La soluzione per vivere in pace suppone la giustizia. C’è mancanza di volontà politica di dare a ciascuna parte il suo. In questo stato di cose non si può pensare la pace.

D. – Di cosa avete bisogno con più urgenza?

R. – Abbiamo bisogno soprattutto di preghiere, qui l’unica speranza della gente è riposta in Dio, in un miracolo. Mi raccomando, chiedo a tutti di pregare per noi.

Per capire le dinamiche regionali del fenomeno Fausta Speranza ha intervistato Germano Dottori, docente di Studi strategici all’Università Luiss:

R. – Credo che questo sia un fenomeno molto importante, che si lega alla grande campagna che è stata alimentata dall’Arabia Saudita contro la primavera araba e la crescita del fenomeno politico della Fratellanza musulmana nel mondo arabo. Per contrastare la Fratellanza musulmana, i sauditi non hanno in alcun modo badato a lesinare gli sforzi. Hanno scommesso tanto sulle forze laiche quanto sulle forze jihadiste e più radicali. Il fatto che si vedano le bandiere dell’Isis a Gaza, non mi stupisce, perché è una delle forze che possono essere utilizzate contro Hamas, anche se in questo momento Hamas, verosimilmente, verrà soprattutto attaccata, compressa, e magari anche liquidata dallo Stato ebraico. Sembra una cosa paradossale ma, in realtà, in questo momento, Israele e le sue forze armate stanno agendo da strumento della politica saudita in Medio Oriente.

D. – Dunque un fenomeno di regionalizzazione in qualche modo di questo progetto di califfato islamico?

R. – Da un lato, è stato un progetto regionale, quello della Fratellanza musulmana, ed è un progetto regionale quello pilotato dall’Arabia Saudita per portare la Fratellanza musulmana alla disfatta. In Egitto abbiamo avuto il colpo di Stato militare, visto con soddisfazione da Ryad, ed è culminato in un’elezione relativamente di successo; c’è un certo dissenso ancora in Egitto, ma l’ordine politico in Egitto è cambiato. Hamas è una costola della Fratellanza musulmana e non sono affatto stupito che si trovi in questo momento addosso lo stesso raggruppamento di forze che è stato scatenato sia contro la Fratellanza musulmana egiziana e siriana, sia, a latere, anche contro il progetto americano di procedere alla riconciliazione storica con l’Iran. Frenare questo processo e liquidare la Fratellanza musulmana sono due interessi fondamentali dell’Arabia Saudita che anche Israele condivide.

D. – I razzi che sono continuati a partire da Gaza verso Israele nonostante i moniti di Israele, partivano da frange estremiste: Hamas è nel governo insieme ad Abu Mazen e prometteva un impegno di pace in questa fase. E poi anche quanti hanno ucciso i tre giovani ebrei e quanti hanno trucidato il giovane palestinese. I raid rispondono a queste frange ma che altro cosa provocheranno?

R. – Io credo che siano cose diverse. L’assassinio dei tre coloni adolescenti in Cisgiordania è stato sicuramente concepito da elementi esterni ad Hamas che intendevano mettere in moto questa spirale di azioni e rappresaglie che stiamo vedendo svilupparsi in questi giorni. Una volta che la prima rappresaglia ha avuto luogo, per quanto molto circoscritta, ha permesso facilmente anche ad elementi interni ad Hamas di prendere il sopravvento. E’ chiaro che in questo momento è sotto scacco chi in Hamas aveva cercato la strada della riconciliazione con Fatah. Mi pare piuttosto evidente che Hamas si trovi in una condizione di straordinaria debolezza e, personalmente, non scommetterei molto sulla sua sopravvivenza politica al momento.

Fonte: Radio Vaticana

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