Parolin: “Ruolo di Papa Francesco determinante nel dialogo Cuba-Usa”

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L’impegno del Vaticano per il dialogo tra Cuba e Stati Uniti è di lunga data, dal messaggio di Giovanni XXIII ai viaggi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, all’impegno anche dei nunzi del Paese. Ma qual è stato, più recentemente, il ruolo specifico di Papa Francesco? Conta il fatto che sia il primo Papa che viene dal continente americano? Roberto Piermarini lo ha chiesto al cardinale segretario di Stato Pietro Parolin in un’intervista inb esclusiva alla Radio Vaticana:
R. – Sì, mi piace che si ricordi tutto il lavoro che è stato compiuto in tanti anni. Perché evidentemente ogni decisione e soprattutto ogni decisione di questo tipo, di questa portata, di questa importanza, ha tutto un retroterra fatto di lavoro, fatto di sforzi, fatto di pazienza, fatto di piccoli passi. Lei ha ricordato, appunto, le persone che hanno contributo e ce ne sono tante altre, che naturalmente hanno dato il loro apporto per arrivare a questa conclusione. Certamente il ruolo del Papa Francesco è stato determinante, proprio perché lui ha preso anche questa iniziativa di scrivere ai due Presidenti per invitarli, appunto, a superare le difficoltà esistenti fra i due Paesi e trovare un punto di accordo, un punto di incontro. Certamente questo è dovuto anche al fatto che viene da quella regione e quindi conosce effettivamente la problematica ed ha trovato anche la maniera giusta – diciamo – per favorire un po’ il superamento della distanza e il riavvicinamento tra le due parti.
D. – Cardinale Parolin, si può dire che la “cultura dell’incontro”, di cui Papa Francesco parla spesso, trova qui una sua applicazione e un suo risultato particolarmente importante?
R. – Mi pare di sì, mi pare di sì. La risposta è in un certo senso scontata. Il Papa lo ha detto tante volte e a me piace sempre ripeterlo: quando ci sono problemi, allora lì si deve applicare il metodo del dialogo e più ci sono problemi e più ci sono difficoltà, più ci deve essere il dialogo. E questo dialogo se è sincero ha sempre come finalità, come obiettivo, quello di fare incontrare le persone, anche nelle rispettive differenze e farle collaborare. Quindi mi pare che questa sia proprio un’esemplificazione molto, molto significativa di questa “cultura dell’incontro”, cui il Papa continuamente invita le persone, i gruppi e i Paesi del mondo di oggi.
D. – Come si caratterizza oggi l’impegno diplomatico della Santa Sede? Con quali attenzioni particolari viene esercitato ed è stato esercitato in questa trattativa?
R. – L’impegno della Santa Sede è quello che il Papa ha definito ancora nel primo discorso che fece al Corpo Diplomatico dopo la sua elezione. Lì ricordava tre punti: il punto della pace, che è sempre stata una caratteristica fondamentale dell’azione della Santa Sede e della diplomazia della Santa Sede nelle varie epoche della storia; oggi, la lotta contro la povertà; e poi diceva “costruire ponti”. Ecco, questo è l’impegno della diplomazia ecclesiastica. In questo caso, questo ‘costruire ponti’ si è espresso attraverso una facilitazione del dialogo tra le due parti, quindi la Santa Sede – come si è ricordato nel comunicato stampa – ha offerto i suoi buoni uffici, perché le due parti potessero incontrarsi e potessero giungere anche ad una conclusione felice di questo impegno da parte di entrambe. Quindi è stata una funzione che è tipica anche della diplomazia, quella di offrire i buoni uffici perché qualche questione possa trovare una soluzione felice.
D. – Lei conosce molto bene l’area, essendo stato fino a poco tempo fa nunzio in Venezuela. Come questa novità dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba potrà influire positivamente in tutta la regione latinoamericana?
R. – Io lo credo e lo spero. Lo credo perché evidentemente un passo di questa natura avrà sicuramente dei riflessi positivi anche in tutta l’area latinoamericana e lo spero perché credo che ci siano situazioni che hanno bisogno di trovare un miglioramento e di trovare una soluzione. Quindi il fatto anche che ci sia anche una specie di modello, perché due nazioni che hanno avuto tanti problemi, tante difficoltà nelle loro relazioni, che abbiano potuto, grazie alla buona volontà e al coraggio anche dei loro leader – vorrei mettere in rilievo anche questo, perché mi pare importante rilevare e sottolineare anche questo, che ci è voluta una grande dosa di coraggio anche per arrivare a questa conclusione – forse potrà ispirare altri leader ad avere altrettanto coraggio e cercare la strada del dialogo e dell’incontro.
D. – Eminenza, vi saranno frutti positivi per la Chiesa a Cuba?
R. – Ho sentito che hanno suonato le campane a Cuba per questo, quindi vuol dire che anche la Chiesa ha partecipato in maniera gioiosa a questo avvenimento. Credo che questo sarà un ulteriore passo che aiuterà la Chiesa a svolgere sempre meglio la sua funzione all’interno della società cubana per la costruzione di una realtà sempre più solidale e che aiuterà la Chiesa a portare il suo contributo anche all’intera società cubana. Vorrei dire che alla fine ci sono state tante e tante collaborazioni, però dobbiamo veramente ringraziare Dio per questo passo. E’ un buon segno, una buona notizia in mezzo a tante notizie del mondo di oggi che sono piuttosto di segno contrario. Ci dice che è possibile quello che i Papi in generale e il Papa Francesco in particolare hanno sempre detto e su cui hanno insistito: è possibile arrivare a capirsi; è possibile arrivare a comprendersi; è possibile arrivare a collaborare e a trovare anche delle strade di uscita dalle difficoltà che ci separano.

Fonte: Radio Vaticana

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