Papa: “Preoccupazione e dolore nel cuore per profughi Bengala”

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Col “dolore nel cuore” il Papa segue quanto sta succedendo in questi giorni ai “numerosi profughi nel Golfo del Bengala e nel mare di Andamane”. Lo ha detto lo stesso Pontefice subito dopo la recita del Regina Coeli. Francesco, nella domenica di Pentecoste, ha pure ricordato che la Chiesa nasce universale e non chiude “la porta in faccia” a nessuno, nemmeno ai peccatori.

Anche nel giorno di Pentecoste, Papa Francesco ha seguito “con viva preoccupazione” e “dolore nel cuore” le vicende dei “numerosi profughi nel Golfo del Bengala e nel mare di Andamane”. Dopo la recita del Regina Coeli, il pensiero del Pontefice è infatti andato alle migliaia di persone che negli ultimi giorni si sono riversate sulle coste di Indonesia, Malaysia e Tailandia, proprio mentre tante altre di etnia Rohingya fuggono dalle persecuzioni in Myanmar:

“Esprimo apprezzamento per gli sforzi compiuti da quei Paesi che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere queste persone che stanno affrontando gravi sofferenze e pericoli. Incoraggio la Comunità internazionale a fornire loro l’assistenza umanitaria”.

Ha ricordato poi che cent’anni fa, il 24 maggio 1915, l’Italia entrava “nella Grande Guerra, quella ‘strage inutile’”, come la definì Benedetto XV:

“Preghiamo per le vittime, chiedendo allo Spirito Santo il dono della pace”.

In Salvador e Kenya, ha poi aggiunto, sono stati proclamati ieri Beati un vescovo e una suora. Mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, venne ucciso in odio alla fede “mentre stava celebrando l’Eucaristia”:

“Questo zelante pastore, sull’esempio di Gesù, ha scelto di essere in mezzo al suo popolo, specialmente ai poveri e agli oppressi, anche a costo della vita”.

La suora italiana Irene Stefani, delle Missionarie della Consolata, “ha servito la popolazione keniota – ha evidenziato il Pontefice – con gioia, misericordia e tenera compassione”:

“L’esempio eroico di questi Beati susciti in ciascuno di noi il vivo desiderio di testimoniare il Vangelo con coraggio e abnegazione”.

Così come fecero gli apostoli che, cinquanta giorni dopo la Pasqua, “furono colmati di Spirito Santo”: da questa “effusione”, ha spiegato Francesco, i discepoli “vengono completamente trasformati”:

“Alla paura subentra il coraggio, la chiusura cede il posto all’annuncio e ogni dubbio viene scacciato dalla fede piena d’amore. E’ il ‘battesimo’ della Chiesa, che iniziava così il suo cammino nella storia, guidata dalla forza dello Spirito Santo”.

Quell’evento, ha proseguito, “cambia il cuore e la vita degli apostoli e degli altri discepoli”: la prima comunità cristiana, “non più ripiegata su sé stessa”, inizia infatti “a parlare alle folle di diversa provenienza” della Risurrezione di Gesù. E ognuno dei presenti – ha sottolineato il Pontefice – “sente parlare i discepoli nella propria lingua”. Il dono dello Spirito cioè “ristabilisce l’armonia delle lingue” perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli apostoli.

“La Chiesa non nasce isolata, nasce universale, una, cattolica, con una identità precisa ma aperta a tutti, non chiusa, un’identità che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno: a nessuno la madre Chiesa chiude la porta in faccia, a nessuno! Neppure al più peccatore, a nessuno! E questo per la forza, per la grazia dello Spirito Santo. E la madre Chiesa apre, spalanca le sue porte a tutti perché è madre”.

Lo Spirito Santo effuso a Pentecoste nel cuore dei discepoli è infatti “l’inizio di una nuova stagione”, quella “della testimonianza e della fraternità”, quella che viene da Dio, “come le fiamme di fuoco che si posarono sul capo di ogni discepolo”. Era – ha ricordato il Papa – “la fiamma dell’amore che brucia ogni asprezza”, “la lingua del Vangelo che varca i confini posti dagli uomini e tocca i cuori della moltitudine, senza distinzione di lingua, razza o nazionalità”:

“Come quel giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo è effuso continuamente anche oggi sulla Chiesa e su ciascuno di noi perché usciamo dalle nostre mediocrità e dalle nostre chiusure e comunichiamo al mondo intero l’amore misericordioso del Signore. Comunicare l’amore misericordioso del Signore: questa è la nostra missione! Anche a noi sono dati in dono la “lingua” del Vangelo e il “fuoco” dello Spirito Santo, perché mentre annunciamo Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, scaldiamo il nostro cuore e anche il cuore dei popoli avvicinandoli a Lui, via, verità e vita”.

Affidandosi alla “materna intercessione di Maria”, presente “come Madre in mezzo ai discepoli”, il saluto finale del Papa ai presenti in Piazza San Pietro è andato – “nel giorno della festa di Maria Ausiliatrice” – alla comunità salesiana, affinché “il Signore gli dia forza per portare avanti lo Spirito di San Giovanni Bosco”, ai fedeli provenienti dalla Bretagna, da Barcellona, da Freiburg, al coro dei ragazzi di Herxheim, e alla comunità Dominicana di Roma.

Fonte: Radio Vaticana

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