Papa Francesco: “I cattolici facciano politica per il bene comune, non un partito”

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Un cattolico “deve” fare politica servendo con coraggio il bene comune, senza lasciarsi tentare dalla corruzione. Al contrario, non serve fare un partito di soli cattolici. È la posizione espressa da Papa Francesco durante l’incontro avuto con gli appartenenti alle Comunità di vita cristiana e alla Lega Missionaria Studenti, organismi della famiglia dei Gesuiti.

La politica è la forma alta di carità, disse Paolo VI, ma lo sguardo di tanta politica nell’era globalizzata è decisamente più terreno, funziona con il “dio denaro” messo “al centro” e intorno la galassia dei suoi molti lacchè. La schiettezza è una delle qualità tra le più amate di Francesco e le risposte generose e universali alle domande emozionate e specifiche dei giovani della famiglia ignaziana che lo ascoltano e spesso lo applaudono – un’ora tra le più intense del Pontificato – sono un compendio che descrive mirabilmente il senso dell’uomo e della Chiesa del Papa delle periferie.

La Chiesa non è un partito

A fare il giro del mondo nel tempo di un tweet è in particolare l’ultima risposta alla domanda di Gianni, trentenne impegnato nel volontariato e in politica che chiede aiuto al Papa per spiegare ai più giovani che la ricerca del “bene privato” nello spazio del “bene comune” è l’abiezione della politica:

“Si sente: ‘Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!’: quella non è la strada. La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. ‘No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici’: non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato (…) Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere”.

Sono “più peccatore” di lui

Francesco risponde a braccio e ampiamente – le due pagine del discorso ufficiale messe via per non annoiare. Avverte che anche per il Papa esiste il “pericolo” di credere di poter rispondere a tutto – mentre l’unico che può, afferma, è il Signore – e la prima risposta è una spallata all’ipocrisia ammantata di buoni sentimenti che annida anche fra i cristiani. Si parla di carcere – “una delle periferie più brutte”, dice – e della solidarietà verso i detenuti. In modo spiazzante Francesco invita tutti a riconoscere che se non si è finiti in cella non è per bravura personale, ma solo perché “il Signore ci ha presi per mano”:

“Non si può entrare in carcere con lo spirito di ‘ma, io vengo qui a parlarti di Dio, perché abbi pazienza, perché tu sei di una classe inferiore, sei un peccatore’. No, no! Io sono più peccatore di te, e questo è il primo passo (…) Quando noi andiamo a predicare Gesù Cristo a gente che non lo conosce o che porta una vita che non sembra molto morale, pensare che io sono più peccatore di lui, perché se io non sono caduto in quella situazione è per la grazia di Dio”.

La carità dei gesti

E profondamente cristiano è il suggerimento su quali parole rivolgere a un detenuto:

“Non dire niente. Prendere la mano, accarezzarlo, piangere con lui, piangere con lei … Così, avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Avvicinarsi al cuore che soffre. Ma tante volte noi non possiamo dire niente. Niente. Perché una parola sarebbe un’offesa. Soltanto i gesti. I gesti che fanno vedere l’amore. ‘Tu sei un ergastolano, lì, ma io condivido con te questo pezzo di vita di ergastolo’, e quel condividere con l’amore: niente di più. Questo è seminare l’amore”.

La speranza non delude

Tiziana, una ragazza, gli domanda come faccia un giovane a sperare oggi e Francesco concorda con lei che quella ricavata da una vita in disparte, “comoda, tranquilla” è una speranza da “laboratorio”. Diverso è per chi vuole impegnarsi in politica, in un campo professionale, e finisce per imbattersi nella corruzione, scopre che i lavori “che sono per servire – nota Francesco – diventano affari”. O intende impegnarsi nella Chiesa e fa anche lì l’esperienza della “sporcizia”, come affermato una volta da Benedetto XVI:

“Sempre c’è qualcosa che delude la speranza e così non si può … Ma la speranza vera è un dono di Dio, è un regalo, e quella non delude mai. Ma come si fa, come si fa per capire che Dio non ci abbandona, che Dio è con noi, che è in cammino con noi? (…) Soltanto, una cosa della quale io sono sicuro – di questo sono sicuro, ma non sempre lo sento, ma sono sicuro – Dio cammina con il suo popolo”.

Sana inquietudine

La speranza è “la virtù degli umili”, afferma Francesco, perché molto piccoli bisogna farsi per non alzare un’ombra col proprio orgoglio verso Dio. E una speranza umile può essere meglio testimoniata a patto di imparare a servire gli altri, attitudine che ha bisogno di grande sensibilità. Come si aiutano i bambini affamati, si chiede il Papa? O quelli che se “li accarezzi ti danno uno schiaffo” perché a casa vedono il papà che picchia la mamma? La risposta è: rispettando sempre la dignità degli altri. E soprattutto non limitandosi a un gesto superficiale tanto per sentirsi in pace:

“Una cosa che fa la differenza tra la beneficienza abituale (…) e la promozione, è che la beneficienza abituale ti tranquillizza l’anima: ‘Io oggi ho dato da mangiare, adesso vado tranquillo a dormire’. La promozione ti inquieta l’anima: “Ma, devo fare di più: e domani quello e dopodomani quello, e cosa faccio…’. Quella sana inquietudine dello Spirito Santo”.

Conosci Gesù se tocchi le sue piaghe

La risposta a Bartolo, sacerdote diocesano, è invece una spiegazione dell’anima di Sant’Ignazio e di dove risiedano le corde più profonde del carisma dei Gesuiti e di chi li affianca:

“La spiritualità ignaziana dà al vostro Movimento questa strada, offre questa strada: entrare nel cuore di Dio attraverso le ferite di Gesù Cristo. Cristo ferito negli affamati, negli ignoranti, negli scartati, negli anziani soli, negli ammalati, nei carcerati, nei pazzi … è lì. E quale potrebbe essere lo sbaglio più grande per uno di voi? Parlare di Dio, trovare Dio, incontrare Dio ma un Dio, un ‘Dio-spray’, un Dio diffuso, un Dio all’aria (…) Mai conoscerai, tu, Gesù Cristo se non tocchi le sue piaghe, le sue ferite”.

Fonte: Radio Vaticano

 

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