P. Sergianni su accordo Santa Sede-Cina: una crescita di fiducia che fa ben sperare

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Un’assoluta continuità tra Francesco e i suoi predecessori, in particolare san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per quanto riguarda il dialogo con la Cina. Lo conferma padre Antonio Sergianni, grande esperto in materia. “Ora, dice, bisogna puntare sulla formazione”

Tutti in Cina sanno che tra la Santa Sede e il loro grande Paese è stato firmato un accordo e “da parte di tanti l’attesa era forte”: lo afferma a Vatican News, padre Antonio Sergianni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), per 25 anni in Cina e, ai tempi della “Lettera ai cattolici cinesi” di Papa Benedetto XVI, membro della sezione cinese di Propaganda Fide.

Gli auspici di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI
Un accordo importante quello firmato il 22 settembre scorso, ma preparato da diverse tappe di avvicinamento tra la Santa Sede e la Cina. C’è dunque continuità tra Papa Francesco e l’orientamento dei Papi precedenti, in particolare, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI…

R. – Assolutamente sì. Questo accordo svela tutto il suo significato se ci rifacciamo alla Lettera alla Chiesa in Cina di Papa Benedetto del 2007, lettera in cui il Papa descrive la situazione della Chiesa in Cina, parla dell’unità della Chiesa, delle tensioni, della dottrina sull’episcopato. E parla apertamente di questo dialogo: fa riferimento addirittura al Concilio Vaticano II quando dice che il rispetto e l’amore devono estendersi anche a coloro che pensano e agiscono diversamente, perché questo facilita il dialogo con loro. Poi, per due volte, Papa Benedetto nella Lettera cita San Giovanni Paolo II che auspicava apertamente il dialogo con la Chiesa in Cina. “ Auspico – diceva Papa San Giovanni Paolo II – l’apertura di uno spazio di dialogo con le autorità della Repubblica popolare cinese in cui superare le incomprensioni del passato”. E lo stesso Papa Benedetto nella Lettera, proprio parlando della nomina dei vescovi, riprendeva questo auspicio di dialogo e diceva: “Auspico che si trovi un accordo sulla nomina dei vescovi”.

Probabilmente lei avrà sentito in questi giorni qualche commento da parte cinese riguardo all’accordo. Qual è stata l’accoglienza in Cina, tra i fedeli, e in generale tra la gente? So che ne ha parlato anche la tv cinese…

R. – Sì, l’accordo è stato accolto dalla gioia dei fedeli. Ho saputo che un vescovo perdonato dal Papa ha invitato i presbiteri della sua zona a celebrare l’evento, e sono stati contenti. Certamente era tanta l’attesa. Due settimane fa ero in Cina, ho potuto incontrare delle persone – sacerdoti, vescovi e anche rappresentanti del governo -, e tutti mi dicevano che aspettavano con grande attesa questa firma; anche con qualche perplessità, però c’era una grande speranza e una grande attesa della Chiesa. Certo, ci sarà ancora da soffrire – dicevano loro – ma se rimane e aumenta un clima di fiducia, si potranno superare le difficoltà future.
La legittimazione dei vescovi nominati dal governo, la rottura con la situazione che vedeva due comunità in contrasto, fanno, secondo lei, giustizia delle sofferenze patite da tanti che hanno voluto mantenere sempre la comunione con Roma, spesso pagando di persona?

R. – Tanti hanno sofferto per la Chiesa e per la fedeltà a Cristo. E la Lettera stessa di Benedetto lo riconosce e lo apprezza, e questo rimane: il dolore di chi ha sofferto per Cristo nessuno può cancellarlo, rimane un tesoro prezioso. Certo, guardare avanti non vuol dire cancellare il passato. In una dinamica di fede la vita nasce dalla Croce: la Risurrezione è frutto della Croce. Cristo, risorgendo, non ha negato la sua morte, ma l’ha trasformata. E Papa Benedetto diceva, a proposito di questa sofferenza: “Esprimo la mia fraterna vicinanza. Intensa è la gioia per la vostra fedeltà a Cristo, fedeltà che avete manifestato a volte anche al prezzo di grandi sofferenze”. Spesso i tesori sono “fonte di vittoria” dice il Papa, anche se al momento possono sembrare un fallimento. Chi ha sofferto per Cristo ne riceverà ricompensa. Anzi, io penso che questo accordo sia anche il frutto di quelle sofferenze.
Questo accordo, secondo lei, potrà favorire o permettere la crescita della Chiesa cattolica in Cina?

R. – Io sono sicuro di sì. Non è un tocco di bacchetta magica che risolve tutti i problemi immediatamente, ma alla lunga farà crescere la Chiesa. Prima di tutto, favorirà concretamente quel processo di riconciliazione che passa attraverso il perdono e aumenta un’autentica comunione. Esige un travagliato sforzo di riconciliazione. Però, con questo accordo, si tolgono tanti ostacoli a questo processo di riconciliazione e quindi aumenterà. Poi, se essere ottimisti o pessimisti di fronte al futuro… Io mi ricordo soltanto che una volta Papa Benedetto a questa domanda mi rispose – perché rispose proprio a me – parlando della situazione della Chiesa in Cina, rispose che l’ottimismo e il pessimismo sono due categorie mentali, umane, troppo strette. Il cristiano – disse – ha la certezza che la storia è guidata da Dio e pertanto guarda alle situazioni, di fatto, con speranza. Se la Chiesa è arrivata, non con pochi travagli, a questo passo, c’è da sperare che giovi in futuro a tutti. Certamente aiuterà la crescita della Chiesa in Cina, certamente.
E si può ipotizzare anche una maggiore circolazione di notizie tra Roma e i fedeli cinesi?

R. – Certamente. È una misura che aumenterà il clima di fiducia, la conoscenza reciproca, gli scambi di informazione, la circolazione dei vescovi. Questo sarà uno dei primi frutti che verrà da questa firma, perché della Cina si conosce poco in Europa: della situazione concreta, reale che vivono i nostri fratelli cinesi. Però, aumentando il clima di fiducia anche tra le autorità vaticane e quelle cinesi, ci sarà una maggiore circolazione di idee e di persone, di incontri, di iniziative, e piano piano tutto questo aiuterà. Non dall’oggi al domani: è un processo. Questa firma è un anello, un passo: è l’anello di una catena, di un processo, che poi deve svilupparsi piano piano.
Sappiamo che c’è una maggiore fiducia della Chiesa verso la Cina. C’è anche, immagino, un aumento reciproco di questa fiducia, altrimenti l’accordo non ci sarebbe stato …

R. – Senz’altro. Se il governo accetta questo accordo che lascia l’ultima parola al Papa sulla nomina dei vescovi, vuol dire che gli dà fiducia. Ha accettato la costituzione di una nuova diocesi; ha accettato il perdono di questi vescovi; ha accettato che il Papa esercitasse la sua funzione di guida spirituale e gerarchica nella Chiesa cattolica in Cina. Se ha accettato questo, vuol dire che gli ha dato fiducia.
A proposito delle nomine dei vescovi, quale sarà ora la prassi? Quanto spazio ci sarà per la libertà di azione del Papa? I vescovi ordinati in passato, in comunione con Roma, saranno riconosciuti anche dal governo?

R. – I dettagli dell’accordo non si conoscono. Certamente ci sono, sono stati studiati. Da quello che si sa, sarà una prassi condivisa. La Santa Sede accetta, come soluzione provvisoria – da vedere, da migliorare – che il processo di designazione dei candidati, dei vescovi, avvenga dal basso, dalle comunità ecclesiali, anche con un intervento degli organismi statali. Mentre il governo, da parte sua, accetta che la decisione finale, cioè se un candidato non è gradito, non è ritenuto all’altezza da parte del Papa, accetta la decisione finale, cioè si ricomincia da capo. Questo è quello che appare, però i dettagli non sono conosciuti. Tuttavia, c’è il fatto che accetta che l’ultima parola sulla nomina spetta al Pontefice; quindi la nomina dei vescovi viene lasciata al Successore di Pietro. Per quanto riguarda i vescovi ordinati da Roma e non riconosciuti dal governo, certamente ci sarà un processo di riconoscimento. Si andrà a vedere caso per caso, certamente questo è uno dei problemi da risolvere. Questa firma è una base, è una condizione per risolvere dei problemi che ancora sono sul tappeto, e sono tanti. Un’altra questione importante è quella della formazione. Adesso più che mai il punto fondamentale è la crescita e la qualità della fede; aiutare le coscienze dei fedeli a maturare nella fede, perché tutto è nell’ambito della fede. Non è un discorso politico: è un discorso pastorale, ecclesiale, di fede. Il problema è la formazione dei presbiteri che sono isolati, il sostegno ai vescovi che sono isolati … Quindi sarà una sfida anche per il Vaticano, aumentando la capacità di contatti, di aiutarli nella formazione.

Vatican News

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