Obama sull’Is: “Passeremo all’offensiva. E in Siria si muore di fame e freddo”

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Con l’invio di altri militari Usa in Iraq la lotta allo Stato Islamico entra in una nuova fase. Lo ha affermato il presidente Barack Obama. “Piuttosto che mirare a fermare semplicemente l’avanzata dell’Isis, ora siamo in grado di passare all’offensiva”, ma “ci vorra’ del tempo”, ha affermato Obama. Intanto, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani sono oltre mille i morti nella battaglia per la conquista della città siriama di Kobane iniziata lo scorso 16 settembre.
E in vista dell’arrivo dell’inverno, padre Giuseppe Nazzaro, vicario apostolico emerito di Aleppo, ha presentato nei giorni scorsi a Bologna il progetto “Emergenza Siria”. Un’iniziativa per aiutare le famiglie di Aleppo a riparare le case danneggiate dai bombardamenti. L’incontro è stato anche occasione per fare il punto della situazione in quelle terre.

“Una guerra che certamente il popolo siriano non ha voluto e non vuole. La subisce in maniera marziale, la subisce e soffre. Soffre perché non ci può fare nulla”.
E’ il filo rosso di molta storia che ancora oggi, purtroppo, continua ad essere scritta così. Il racconto è accorato come quello di un pastore che vede la sua comunità ferita e in agonia. Parole chiare, di chi conosce dal di dentro la guerra e quell’angolo di mondo oggi in fiamme: la Siria. Padre Giuseppe Nazzaro è stato vicario apostolico di Aleppo e negli anni novanta Custode di Terra Santa. Il Medi Oriente è la sua seconda casa e sa della convivenza di cristiani e musulmani, potenze economiche e ingerenze politiche. La sua Siria fino al 2011 era una convivenza pacifica, oggi è una polveriera. Cosa sta facendo l’Occidente per queste comunità?
“A mio avviso molto poco. Abbiamo una fraternità che soffre, abbiamo un popolo intero che muore di fame e di sete. Anche le condotte sono rovinate e le acque inquinate perché i terroristi hanno fatto scoppiare le fogne gettandole nelle acque potabili. Sono ricomparsi casi di colera. Molti si approvvigionano nelle antiche cisterne che esistevano già nei conventi e nelle moschee, ma quando non le possono raggiungere si devono accontentare dell’acqua sporca. Gente che muore di freddo, perché non esiste elettricità, non arriva il gasolio per il riscaldamento, non esiste da mangiare. Ma oggi in Siria si muore anche di fame, perché non c’è più moneta. Gli unici che amministrano e possiedono un po’ di moneta sono coloro che ancora possono lavorare con il governo. Tutto il settore privato è privo di entrate”.
I cristiani, in un paese di 23 milioni di abitanti, erano il 10% della popolazione. Oggi ne sono rimasti meno della metà. Il rischio è che scompaia una delle prime comunità cristiane nate dopo la persecuzione di Gerusalemme e il martirio di Santo Stefano. In Siria, Saulo si convertì e da lì partì il messaggio cristiano per il mondo con lo stesso Paolo, Barnaba e gli altri apostoli. Oggi, gli stenti della guerra sono comuni per cristiani e musulmani. La Chiesa cerca di andare avanti come può.
“I conventi sono tutti delle mense pubbliche aperte a tutti, cristiani e musulmani. Molte di queste mense sono anche aiutate dagli stessi musulmani, perché sanno che i cristiani fanno la carità e aiutano tutti”.
Intanto, ad Aleppo è arrivato l’inverno e il gelo che di notte fa scendere i termometri sotto zero non fa sconti alla miseria delle case bombardate e non riscaldate. Il vescovo Georges Abou Khaze, vicario apostolico di Aleppo, ha lanciato un micro-progetto di aiuto per piccole riparazioni alle abitazioni solo danneggiate. Non si parla di ricostruire gli edifici distrutti, ma di aiutare quanti con piccoli interventi possono ancora vivere dignitosamente nella propria casa riparando finestre, porte e muri sventrati.

Fonte: Radio Vaticana

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