Libano in allarme per l’avanzata dei gruppi jihadisti

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Il Libano teme l’esplosine della violenza. Da sabato gruppi di jihadisti hanno sconfinato dalla Sira e combattono contro l’esercito regolare. A Damasco, si scontrano con gli oppositori del regime Assad e le truppe regolari e la loro presenza impedisce la stabilizzazione della Libia. Massimiliano Menichetti:

E’ una guerra sottotraccia quella dei jihadisti dello Stato Islamico, quasi non raccontata dalla stampa internazionale impegnata a dar conto di quanto accade tra israeliani e palestinesi. Ibrahim Abu Bakr al-Baghdadi dall’Iraq, nei giorni scorsi, ha annunciato di voler ripristinare il Califfato vigente al tempo degli Omàyyadi, ovvero un’area estesa dal Pakistan alla Spagna. I miliziani fondamentalisti sunniti lottano senza quartiere perseguitando minoranze in Iraq e Siria: hanno sconfinato nel vicino Libano, hanno parte nella destabilizzazione della Libia e Somalia. Sono una galassia indistinta, ottengono consensi dai gruppi autonomi, dai terroristi organizzati e improvvisati. Ai nostri microfoni, Matteo Pizzigallo, ordinario di Relazioni internazionali all’Università Federico II di Napoli:

R. – Separerei innanzitutto i riferimenti storici oggettivi dalle aspirazioni e dalle pulsioni di questi gruppi, perché l’idea del Califfato ha una grandissima presa sul piano propagandistico. Va ricordato, appunto, che storicamente il Califfato fu abolito da Kemal Ataturk, nel 1924. Ciò detto va sottolineato che bisogna guardare l’insieme di ciò che sta accedendo e non le singole crisi: tutto il Mediterraneo orientale, in Mediterraneo allargato, ribolle in maniera drammatica, fino all’Iraq.

D. – C’è il rischio, a breve termine, che si possa instaurare il Califfato di al-Baghdadi?

R. – Ci dovrebbero essere una serie di vittorie militari sul campo… Non mi pare che ora ci sia la possibilità di imporlo con la forza delle armi in un territorio così vasto.

D. – La questione siriana è tutt’altro che risolta e anzi ci sono gli sconfinamenti in Libano, un Paese chiave per quest’area…

R. – In Libano tutto si regge con un equilibrio fragilissimo, che tiene insieme sunniti, sciiti e cristiano maroniti. Non bisogna dimenticare poi che in Libano ci sono gli Hezbollah, che sono una componente ben armata e ben attrezzata e sono coloro che l’anno scorso diedero una mano determinante alle truppe regolari di Assad contro i ribelli. Quindi, ci sono una serie di vasi comunicanti: il rischio è che un piccolo incidente dia fuoco alle polveri. Mi auguro che la diplomazia internazionale possa svolgere un ruolo di pacificazione. Non si risolve nulla, se prima non tacciono le armi. E in Libano noi italiani dobbiamo essere molto, molto attenti, perché nella zona di interposizione tra il Libano meridionale ed Israele – che in questo momento ha in atto questa offensiva contro Gaza – sono schierati in militari italiani dell’operazione “Unifil 2” come forza di interposizione.

D. – La forza di interposizione tra Israele e Hezbollah…

R. – Si, perché c’era il pericolo nel 2006 che anche gli Hezbollah tirassero missili contro Israele. Fu creata una posizione, a guida italiana, che doveva evitare la minaccia di Hezbollah per Israele dal lato della frontiera del nord. Da allora, grazie alla presenza del contingente di pace italiano – realmente di pace – che si è conquistato la fiducia di tutti, non ci sono stati problemi da quel lato. Però, è un equilibrio molto, molto precario!

D. – La comunità internazionale sembra, in questo momento, immobile di fronte all’avanzata dei gruppi jihadisti…

R. – La comunità internazionale deve – se consideriamo il suo “soft power” – convincere le parti a muoversi e a dialogare.

D. – Anche se nello sforzo di mediazione, in questo momento, non c’è alcun interlocutore da parte jihadista…

R. – E né ci può essere. E’ la rivoluzione diffusa in tutto il territorio: ciascuno si appropria del marchio del terrore, che può essere al-Qaeda, che può essere un movimento radicale islamico, e ciascuno opera in questo.

D. – Quindi, chi è l’interlocutore con cui bisogna costruire e intessere la pace?

R. – Territorio per territorio. Gli interlocutori devono essere anzitutto la comunità internazionale – intesa come Nazioni Unite, Unione Europea – e i Paesi dell’area regionale, gli attori statuali e quindi i governi di Iran, Turchia, Qatar, Arabia Saudita, che hanno rapporti diretti con alcuni delle parti in conflitto e devono muoversi per una conferenza internazionale regionalizzata senza esclusioni, coinvolgendo i settori più rappresentativi delle opposizioni, Paese per Paese.

fonte: radio Vaticana

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