Il Segretario Generale della CEI: ” Quale futuro per i giovani nel Sud?”

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Ho scelto di collocare il mio intervento all’interno degli Orientamenti pastorali che la Chiesa italiana si è data per questo decennio “Educare alla vita buona del Vangelo”, al cui interno l’ambito del lavoro e della festa, insieme alla vita affettiva, la fragilità umana, la tradizione e la cittadinanza, “rappresentano un’articolazione molto utile per rileggere l’impegno educativo, al quale offrono stimoli e obiettivi” (n. 33).
Nel contesto di questo Convegno, che so animato dal desiderio di non perdere aggancio con la realtà, che so quindi attraversato dalla voglia di concretezza, potrebbe apparire fuori posto un rimando al tema della educazione e della formazione. E lo sarebbe se io mi mettessi qui a lamentare genericamente il deficit di educazione e di formazione che, pure, sta sotto gli occhi di tutti. Fuori posto sarebbero anche inviti generici ai nostri governanti se mi limitassi a sottolineare la scarsa destinazione di risorse al tema della educazione, della formazione e della ricerca; che pure è sotto gli occhi di tutti.
Ho scelto di invitare me e voi a tornare sul tema dell’ educazione che, intendiamoci, non riguarda solo i giovani perché la colluvie di parole e di documenti – pur preziosi ma spesso fine a se stessi – nascono da persone e da strutture e istituzioni … maleducate, nel senso di “educate male” ad abitare il proprio mondo e a programmare in maniera efficace il futuro delle persone e delle realtà loro affidate. A cominciare dalla propria vita che, quando è vissuta in maniera consapevole, non può non essere portatrice di domande e di domande di senso alle quale spesso seguono risposte banali. E banali finiscono per essere anche analisi senza fine e percentuali senza futuro.

La cura nell’ascolto e la lealtà nelle risposte

Per troppo tempo, dentro e fuori della Chiesa, abbiamo confuso e continuiamo a confondere la cura che richiede l’educazione con l’offerta di soluzioni prêt-à-porter o con l’offerta di scorciatoie. Possiamo trovare anche giovani che si accontentano di queste risposte ma, l’esperienza maturata fin qui e la lunga consuetudine avuta con tanti ragazzi mi ha convinto della tragica verità del lamento dei giovani mandati a morire sul fronte parigino della Marna su cui tornerò presto.
Tra gli aspetti più preoccupanti della questione giovanile, soprattutto nel nostro Sud, ne sottolineo due. Innanzitutto la distanza tra la domanda di ragioni per vivere dei nostri giovani e le risposte che a questa domanda vengono fornite. E poi, la creazione di veri e propri cortocircuiti che possono innescarsi tra la richiesta di ragioni per vivere e le risposte ad essa fornite. Non a caso ho citato l’amaro lamento dei giovani mandati a combattere sul fronte della Marna, riportato da Bernanos in uno dei suoi discorsi sulla libertà. Ricordando le vittime della Prima Guerra Mondiale, soprattutto quelle perite presso la trincea del bacino parigino del fiume Marna, lo scrittore francese attribuisce ai più giovani, tra i morti, un’amara constatazione: “Abbiamo chiesto ai nostri padri una ragione per vivere ed essi ci hanno mandato a morire nelle trincee”.
La domanda di ragioni per vivere, la domanda cioè di ragioni per non morire, rivolta da quei giovani – che sono in fondo i giovani di ogni tempo e quindi anche i nostri giovani – non solo non è stata accolta nel suo carattere più profondo, ma è stata dirottata simbolicamente sulla Marna, cioè su una trincea che ha visto nel corso di un paio di giorni la morte di trecentomila giovani francesi e tedeschi.
Non vorrei che, dinanzi alla preoccupante mancanza di risposte concrete e credibili alla domanda per vivere dei nostri ragazzi, finissimo per rassegnarci all’ineluttabilità della Marna che, a questo punto, vedo come simbolo dell’incapacità di accogliere domande reali, anzi come simbolo del tradimento di quelle domande.
E, a proposito di domande, vorrei ricordare il patriarca Giobbe che, nel pieno della sua drammatica vicenda umana, va alla ricerca di risposte sensate a domande reali, conficcate nella sua pelle. Quando tre suoi amici vanno a trovarlo per consolarlo, Giobbe si ribella e rifiuta in maniera decisa le loro spiegazioni, “religiose” nella forma, ma ideologiche nella sostanza. Nello stesso tempo, però, e in questa terribile condizione, il patriarca biblico non smette di porre domande a Dio, non smette cioè di cercare la relazione con Lui.
Come il patriarca biblico, ciascuno di noi è un uomo sempre più capace di porre domande di senso; ed è un uomo che ha tanti modi per esprimere il proprio bisogno di relazioni autentiche. Quando al realismo delle domande e al bisogno di relazioni costruttive fanno seguito risposte poco o per niente sensate, si innescano quei meccanismi che stanno portando un po’ tutti a parlare di “crisi irreversibile”.
Vorrei che da questo Convegno uscissimo tutti con la voglia di prenderci la nostra parte di responsabilità per evitare che domande di senso continuino a vedersi uccise da risposte banali.

Chiesa, Sud e lavoro
L’isolamento e la povertà del sud e della sua gente sono dovute alla mancanza di lavoro, né oggi siamo qui per aggiungere un altro pezzo ai voluminosi cinquant’anni di analisi sulle cause o concause del degrado. Oggi la Chiesa del Mezzogiorno apre un nuovo dialogo, una ampia relazione con la società, entra nel vivo della società con proposte mirate, bussa alle istituzioni per chiedere interventi concreti. Chiederà la realizzazione di progetti e programmi che intercettino il disagio e le condizioni di precarietà, di marginalità. Tutto questo perché come affermava, nella lettera enciclica Laborem exercens, Papa Giovanni Paolo II, in merito al problema occupazione, la disoccupazione in ogni caso è un male e, quando assume certe dimensioni, può diventare un vera calamità sociale. Dopo 36 anni dal messaggio dell’Enciclica e dopo numerosi interventi in tale direzione possiamo dire che siamo in presenza di una calamità sociale. Dopo ogni calamità naturale l’uomo si adopera, ancorché nella sofferenza e nel dolore, per ricostruire, ripartire, dare speranza facendo le opere. Per il lavoro e la nuova occupazione c’è bisogno di ricostruzione, dare al Mezzogiorno un nuovo e credibile progetto di sviluppo e di lavoro.
La Chiesa non ha mai mancato in approfondimenti e indirizzi nella storia sociale ed economica del Mezzogiorno, dicendo anche chiaramente che “I1 problema del Mezzogiorno si configura come “questione morale” in riferimento alla disuguaglianza nello sviluppo tra Nord e Sud del Paese ed alle implicazioni di un tipo di sviluppo incompiuto, distorto, dipendente e frammentato”. (Sviluppo nella solidarietà Chiesa italiana e mezzogiorno – Documento dei Vescovi – ottobre 1989 ). Dunque il problema Mezzogiorno ritorna oggi di grandissima ed emergenziale attualità. E bisogna accompagnare la ripresa del confronto con proposte chiare e declinabili al presente e futuro del fare, valutando già da oggi i risultati che il sud potrà attendersi da interventi specifici di politica economica e di politiche attive del lavoro. Le politiche attive devono favorire tutti quegli interventi che prendono in carico i giovani che non hanno mai lavorato e i lavoratori disoccupati.
Attraverso progetti che originano lavoro stabile nel tempo. La precarietà che fino ad oggi si è rifugiata anche nelle fragili politiche attive, perché rimaste a metà strada, senza raggiungere obiettivi prefissati, ossia l’inserimento effettivo in un luogo di lavoro, dentro i processi produttivi, deve essere interrotta con progetti che considerino la persona punto centrale e compimento del lavoro. Benedetto XVI nella Caritas in Veritate (n. 25), citando la Gaudium et spes, pone drammaticamente il problema: “…quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’assistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. L’estromissione dal lavoro per lungo tempo. Oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale […]. Il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: l’uomo infatti è l’autore , il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale” (Gaudium et spes, 63).
Il lavoro dovrebbe essere l’ambito di questo multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione…la realtà sociale del mondo di oggi…esige che “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro (Laudato Si’,127). Ricaviamo da questo insegnamento che nella società contemporanea c’è un forte fattore escludente che blocca l’accesso al lavoro: ridottissimi investimenti nella creazione d’impresa. In particolare nel Mezzogiorno che oggi è, per lo stato di abbandono in cui versa, il vero laccio che impedisce la competitività economica e del lavoro con l’Europa. E’ l’impresa, anche questa moderna e tecnologicamente avanzata,computerizzata, persino robotizzata, delle specializzazioni che potrà dare la svolta al Sud.

Rapporti, numeri e … processi per un Sud giovane e che vuole vivere!
Ho riletto i dati contenuti nell’ultimo Rapporto SVIMEZ ed altre analisi accurate sul nostro Mezzogiorno. Questi strumenti restano un prezioso punto di partenza per considerazioni ma, mi auguro, soprattutto per l’avvio o l’incremento di buone pratiche di carattere strutturale. Io stesso mi sono cimentato qualche volta con questi dati. La fotografia che ci viene consegnata continua a mantenermi nella convinzione che non si può girare alla larga da una realtà che grida – continua a gridare – il bisogno di ripresa per ciò che stagna e di accelerazione per quanto comunque si muove.
Un Vescovo, e comunque un credente, non può né limitarsi a prendere atto di quanto i dati quantitativi comunicano né unirsi al coro delle lamentele, accompagnate – com’è costume diffuso – dalla pratica dello sterile scaricabarile né invocare senza troppo crederci un intervento dall’alto. Vorrei ricordare, a questo proposito a me e a voi, le parole cariche di amaro sarcasmo di San Giacomo che rimprovera coloro che, davanti a un fratello in gravi necessità – non trova di meglio da fare che … ricoprirlo di benedizioni!
Non tocca a me entrare nei particolari tecnici di quanto si legge e si ascolta. Mi sembrano però abbastanza chiari alcuni passaggi ed alcune scelte, capaci di trasformare le tante realtà negative in altrettante opportunità per il nostro Mezzogiorno. Dico “nostro” non solo perché sono un figlio del Sud, ma soprattutto perché, alla base di quanto dico, c’è la convinzione abbastanza condivisa che – solo se il Mezzogiorno viene percepito come chance per l’intera nazione – il Sud e la nostra Italia potranno avere uno sguardo sufficientemente positivo sul futuro.
Avendo sullo sfondo questa preliminare convinzione, penso si possano fare alcune brevi considerazioni, radicate nella convinzione che “L’opera educativa si gioca sempre all’interno delle relazioni fondamentali dell’esistenza; è efficace nella misura in cui incontra la persona, nell’insieme delle sue esperienze” (Orientamenti pastorali, n. 33). 1. La prima considerazione riguarda proprio una sorta di conversione, non solo lessicale, che deve riguardare il concetto di economia. É fin troppo chiaro che una economia che sia soltanto o esclusivamente una economia di profitto – com’è quella ampiamente prevalente – difficilmente si interfaccerà con il bisogno reale.

Papa Francesco, nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium invita a incarnare i nostri valori e le nostre idee nella realtà. “La realtà è più importante dell’idea”, si legge al n. 231 della Evangelii gaudium. La realtà, quando viene seriamente incrociata, fa nascere la necessità di avviarsi sulla strada della unità e della sussidiarietà per allontanare situazioni di conflitto, per promuovere e costruire sinergie.
Una economia che faccia i conti con la realtà e che smetta i panni esclusivi, esasperati ed esasperanti del profitto, si qualifica come Economia di pace o come Economia di comunione, evocata, quest’ultima, nell’incontro di Sabato scorso del Papa con quanti sono impegnati a farla conoscere e praticare attraverso reti di concreta fraternità vissuta e sperimentata in solidale sussidiarietà tra tutti e ciascuno. Così si costruisce un vero, sostenibile e, perciò, duraturo bene comune per le nostre comunità e i nostri contesti di appartenenza. Con riferimento alla parabola del Padre misericordioso, così ha detto Papa Francesco: «Un imprenditore di comunione è chiamato a fare di tutto perché anche quelli che sbagliano e lasciano la sua casa, possano sperare in un lavoro e in un reddito dignitoso, e non ritrovarsi a mangiare con i porci. Nessun figlio, nessun uomo, neanche il più ribelle, merita le ghiande». Da questo un invito rivolto a ciascuno per la propria parte di responsabilità, ricavo la seconda considerazione: guardare con realismo al nostro Sud, dicendo “no” al pietismo, al paternalismo, e “sì” alla sussidiarietà. Pietismo e assistenzialismo sono stati e continuano ad essere i più efficaci e subdoli alleati del malcostume e del sistema malavitoso.
L’alternativa passa solo attraverso una consapevole assunzione di responsabilità. Laddove questa consapevole e coraggiosa responsabilità manca, ci saranno “altri” a far pesare i bisogni, “indirizzandoli” e trasformandoli in una richiesta di favori.
3. Dopo quella che ho chiamato “conversione, non solo lessicale, del concetto di economia” – che deve diventare pratica condivisa – dobbiamo sentirci impegnati a recuperare e a coniugare in maniera decisa diritti e doveri. Parole che devono sempre più sostituire: favore, raccomandazione e appoggi. Per poter uscire dal fatalismo, per non cedere alla rassegnazione è necessario guardare al futuro, elaborare con professionalità e “saggezza” opzioni strategiche scegliendo le migliori. In questa scelta la responsabilità dei vescovi nell’ indicare e favorire strategie che vanno nella direzione del “bene comune”.
«Il Mediterraneo rappresenta una vera e propria opzione strategica per il Mezzogiorno e per tutto il Paese inserito nel cammino europeo e aperto al mondo globalizzato». È un brano del documento “Per un paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno” (Conferenza Episcopale Italiana, 10 febbraio 2010) in cui i vescovi hanno posto lo sguardo alla vocazione che il Sud ha: cuore aperto del Mediterraneo, ponte per far transitare obiettivi e strategie nuove per un cammino europeo. Una parola – ma soprattutto una realtà – si aggira sempre più minacciosa dalle nostre parti e non solo. É la parola e soprattutto la realtà della “precarietà”.
In continuità con quanto ho fin qui detto e appoggiandomi a qualche studio specialistico, vorrei spingermi un poco oltre e allungare lo sguardo verso un orizzonte di speranza; quello stesso orizzonte che attraversa l’intera Dottrina sociale della Chiesa. Nel suo Elogio della precarietà, Enzo Mattina, senza ignorarne la problematicità, la interpreta come elemento non solo negativo, ma che potrebbe addirittura diventare una possibilità di sviluppo. La buona occupazione – osserva – «non si misura sulla durata dei rapporti di lavoro, ma sul fatto che il maggior numero di persone abbia sempre un rapporto con il lavoro e disponga sempre dei mezzi, delle sedi e dei supporti per non rimanerne escluso». La via da percorrere sarebbe dunque quella della sussidiarietà, in un nuovo concetto di negoziazione, che accresca la partecipazione e la coesione sociale e rianimi la contrattazione territoriale, in modo che luogo per luogo e azienda per azienda si possano stabilire le più eque condizioni di esecuzione del lavoro.
Proprio la sussidiarietà emerge qui come la via imprescindibile per rilanciare e promuovere il mondo del lavoro e affrontare la precarietà con un atteggiamento attivo e non rassegnato. Solo in uno stile sussidiario, infatti, è possibile porre al centro la persona e le sue capacità, senza far prevalere il dato solamente economico. Al contrario, è il dato umano, integralmente umano che deve prevalere quando parliamo di lavoro e quando ci impegniamo per promuoverlo e crearlo nei nostri contesti vitali: “Il lavoro dovrebbe essere l’ambito di questo multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che «si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti» (Laudato si’, n. 127). Solo ove il lavoro non venga inteso come mera prestazione, potrà divenire titolo di partecipazione e portare a una reale assunzione di responsabilità. Solo intendendo la flessibilità come occasione per favorire il coinvolgimento di nuove forze all’interno del mondo lavorativo, e concependo la disoccupazione come serbatoio di risorse e qualità da impiegare e mettere a frutto, la precarietà può trasformarsi in un principio di rinnovamento e restare aperta al futuro, quindi alla speranza.

Buone prassi per guardare avanti

a. Piani Locali per il Lavoro ( Calabria )

Questo strumento di politica attiva, si pone come obiettivo generale quello di sperimentare un nuovo modello di coesione territoriale locale al fine di:
• realizzare l’integrazione tra le politiche del lavoro e le politiche dello sviluppo;
• favorire un approccio territoriale alle politiche per l’occupazione.
L’idea del PLL nasce dalla constatazione che le politiche attive di tipo generalista (incremento occupazionale, incentivi all’auto impiego, sostegno al reinserimento occupazionale, ecc), se valutati nella loro proiezione degli effetti/impatti sul territorio, non intercettano quasi mai le potenzialità di sviluppo locale e cioè i punti forza produttivi presenti sul territorio regionale. I principi e i valori ai quali il modello si ispira sono:
• centralità delle persone, come punto di partenza del ciclo delle politiche attive, costituito dai fabbisogni dei destinatari ultimi delle misure di intervento, in questo caso i giovani;
• centralità dei luoghi-territori-sistemi locali, come ambiti di intervento orientati alla valorizzazione delle potenzialità di sviluppo collegate direttamente al capitale sociale e territoriale.
Il territorio per i PLL sono il luogo in cui intercettare le reali potenzialità di sviluppo locale, collegate alla capacità dei luoghi di fare comunità, un sistema territorio basato su valori relazionali: imprese-istituzioni-persone, in grado di generare efficienza, voglia di cambiamento, competitività e buona occupazione. Il punti centrali di questo modello sono l’uomo e l’impresa. Il percorso, come viene formulato nel progetto, trova attuazione all’interno del Fondo sociale europeo (FSE), che è il principale strumento utilizzato dall’UE per sostenere l’occupazione, aiutare i cittadini a trovare posti di lavoro migliori e assicurare opportunità lavorative più eque per tutti.

Il FSE investe nel capitale umano, condizione essenziale per una forza lavoro competitiva, attraverso strumenti in grado di aumentare le prospettive occupazionali di milioni di cittadini europei, prestando una particolare attenzione a chi si scontra con i maggiori ostacoli, come i giovani e gli anziani.
Obiettivo strategico del PLL è di Integrare politiche per il lavoro e l’occupazione con le politiche di sviluppo nel contesto di un ciclo delle politiche attive per il Lavoro, facendo coesistere e dialogare in chiave di sviluppo locale le politiche attive per l’occupazione e quelle per la competitività dei sistemi produttivi.
I PLL nascono per intercettare nei sistemi locali l’ambizione al cambiamento, attraverso una partecipazione attiva e responsabile di quanti, a diverso titolo – enti-imprese- giovani-associazioni- parti attive della società civile- decideranno di essere testimoni del rinnovamento della società civile, per garantire livelli di occupazione sempre più inclusivi e al passo con i bisogni delle comunità locali.

b. Cantieri di Cittadinanza (Puglia)

L’intervento è uno strumento di politica attiva, attraverso lo svolgimento di tirocini per l’inserimento e reinserimento lavorativo, attraverso la valorizzazione delle competenze di base e professionali della persona; promuovere una positiva ricaduta sociale nell’ambito delle comunità locali; sostenere con servizi mirati la conciliazione con i carichi del lavoro di cura per il nucleo familiare di riferimento, l’integrazione linguistico-culturale, l’assistenza specialistica.
Il beneficio economico viene connotato come “sostegno di natura economica finalizzato all’inclusione sociale, all’autonomia delle persone e alla riabilitazione indicata dal progetto personalizzato o individuale”.
Gli ambiti di intervento:
Servizi di prossimità e aiuto alla persona; manutenzione patrimonio pubblico; servizi di sostegno scolastico per minori; attività manifatturiera (solo per i soggetti privati e privato-sociali); produzione agricola (solo per i soggetti privati e privato-sociali ); pulizia e igiene ambiente urbano; difesa del suolo e tutela dell’assetto idrogeologico; Attivare questi strumenti significa estendere la possibilità di inserimento lavorativo di giovani diplomati e laureati in dei cantieri attraverso associazioni di comuni. I territori del sud hanno bisogno di essere curati sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista del patrimonio storico archeologico. E con i Cantieri di cittadinanza si potrà dare
un segno positivo di discontinuità nel lavoro e nel decoro ambientale-urbano- archeologico.

c. Cantieri Scuola- Lavoro (Calabria)

La traccia dei CSL si avvicina molto ai Cantieri di Cittadinanza.
E’ una proposta di legge regionale che se attuata potrebbe avviare e finanziare progetti ed interventi straordinari per la esecuzione o manutenzione straordinaria di opere di pubblica utilità (realizzare servizi di importanza sociale nei settori: dell’ambiente, dei beni culturali, del turismo, manutenzione del patrimonio pubblico, aree verdi manutenzione e assetto stradale). Attraverso la nascita di Cantieri scuola lavoro, progettati per gruppi di lavoratori, massimo 15 per gruppo, guidati da professionisti (ingegneri, architetti, agronomi, geometri, esperti in materie ambientali e della gestione del territorio). I CSL renderebbero non solo un servizio di inclusione sociale dei giovani attraverso nuove occasioni di esperienze formative e di lavoro ma renderebbero più attraente il territorio e pronto alle aspettative del turismo europeo ed internazionale. Tutte queste proposte vanno in direzione ed in coerenza con quanto ha delineato il Documento dei Vescovi: “ La politica economica per sostenere ed allargare la base produttiva del Mezzogiorno deve essere mirata al territorio e diretta a realizzare un tessuto capillare di sviluppo. Innervando il territorio di strutture, di infrastrutture e di servizi, si favorirà la nascita e la crescita di realtà produttive locali, soprattutto di medie e piccole imprese, in sinergia con le grandi risorse già presenti nel Mezzogiorno e suscettibili di forti sviluppi, come l’agricoltura, il turismo e l’artigianato”.

d. Osservatorio sull’Agricoltura sociale in attuazione della legge 141/2015

Dotare tutte le regioni del Sud di uno strumento legislativo sull’agricoltura sociale per inserire nel mercato del lavoro le persone che stanno maggiormente ai margini, quali i disabili, gli svantaggiati e tutti coloro i quali sono senza fissa dimora è un atto di carità di altissimo valore sociale e politico. Con l’attuazione della buona legge 141 del 2015 si potrebbe mirare alla inclusione di migliaia di persone che la crisi ha spinto dentro l’oscurità sociale, all’oblio.
Con l’attuazione della legge o degli Osservatori regionali si possono creare condizioni favorevoli alla dignità di chi è stato dimenticato. Pensare ai disabili, agli immigrati, ai
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minori non accompagnati, ai detenuti e portarli dentro il tessuto dell’inclusione sociale sarebbe la vera ricostruzione di una buona politica sociale. Attivando, anche qui, le migliori competenze, che pur ci sono, mettendole al servizio del bisogno e dell’emergenza lavoro.
Le Regioni, utilizzando gli ingentissimi fondi comunitari del PSR ( Programma di Sviluppo rurale – 2014/2020 – Obiettivo 6.4.1 Sostegno alla diversificazione e multifunzionalità nelle aziende agricole ), finalizzati Agricoltura social, possono incidere nel sollievo delle fasce deboli, riportando in emersione coloro i quali allo stato sono invisibili, rendendo questa risorsa umana recuperata al servizio di altri fratelli bisognosi. La Chiesa, in particolare, per questo ambito di intervento si renderà promotrice ed accompagnatrice di iniziative favorevoli al riscatto della dignità umana. Coinvolgendo direttamente il Progetto Policoro che metterà al servizio progettualità e competenze.

Nunzio Galantino Segretario generale della CEI
Vescovo emerito di Cassano all’Jonio

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