Il Papa: aprire nuove strade di annuncio, andando alla cultura dei popoli

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E’ un forte invito all’annuncio del Vangelo quello che Papa Francesco rivolge all’Angelus, dopo la Messa di chiusura del Sinodo per l’Amazzonia, esortando anche a non addentrarsi nelle acque paludose delle ideologie ma nel mare aperto in cui lo Spirito esorta a gettare le reti

Annunciare il Vangelo a tutti le genti: “questo viene prima di tutto e conta più di tutto”. Con queste parole, alla fine del Sinodo per l’Amazzonia, il Papa suggella ed entra nel senso più profondo del cammino insieme percorso in queste tre settimane, richiamandosi a quanto dice San Paolo mentre sa che sta per essere giustiziato. Il Papa ricorda, dunque, che questo è il momento per chiedersi: “Io, che cosa posso fare di buono per il Vangelo?”.
“Al Sinodo ce lo siamo chiesti”, dice all’Angelus, “desiderosi di aprire nuove strade all’annuncio del Vangelo”. Si annuncia, infatti, solo quel che si vive. E per vivere di Gesù, “bisogna uscire da sé stessi”, ricorda esortando a quella Chiesa in uscita che è al centro della sua predicazione:
Ci siamo sentiti allora spronati a prendere il largo, a lasciare i lidi confortevoli dei nostri porti sicuri per addentrarci in acque profonde: non nelle acque paludose delle ideologie, ma nel mare aperto in cui lo Spirito invita a gettare le reti.
Il Papa ritorna, quindi, sul cammino compiuto nel Sinodo, un cammino di ascolto “senza nascondere le difficoltà” ma sperimentando “la bellezza di andare avanti uniti, per servire”. Un cammino nel quale è giunto dall’Amazzonia “il grido dei poveri, insieme a quello della terra” e “non possiamo far finta – dice – di non averlo sentito”. Dio, infatti, “ascolta la preghiera dell’oppresso” afferma la Prima Lettura.
Le voci dei poveri, insieme a quelle di tanti altri dentro e fuori l’Assemblea sinodale – Pastori, giovani, scienziati – ci spingono a non rimanere indifferenti. Abbiamo sentito spesso la frase “più tardi è troppo tardi”: questa frase non può rimanere uno slogan.
Lo sguardo del Papa si volge, poi, al cammino futuro e si fa invocazione alla “Vergine Maria, venerata e amata come Regina dell’Amazzonia”.
Lo è diventata non conquistando, ma “inculturandosi”: col coraggio umile della madre è divenuta la protettrice dei suoi piccoli, la difesa degli oppressi. Sempre andando alla cultura dei popoli: non c’è una cultura standard, non c’è una cultura pura, che purifica gli altri. C’è il Vangelo, puro, che si incultura. A lei, che nella povera casa di Nazaret si prese cura di Gesù, affidiamo i figli più poveri e la nostra casa comune.
Al termine della preghiera mariana, Papa Francesco rivolge un appello per il Libano, perché “continui ad essere uno spazio di convivenza pacifica e di rispetto della dignità e libertà di ogni persona”. Quindi il suo pensiero va anche a questo mese missionario che si chiude e “che quest’anno ha avuto un carattere straordinario, ed è anche il mese del Rosario”. Il Papa esorta a pregare il Rosario per la missione della Chiesa, per i missionari e per la pace: “Il Vangelo e la pace – conclude – camminano insieme”.

Fonte: Vatican News

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