I vescovi Usa: “L’uscita dall’accordo di Parigi per il clima danneggia i poveri”

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Volge lo sguardo alle popolazioni più povere del mondo la dichiarazione dei vescovi statunitensi dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, annunciata ieri da Donald Trump.

La decisione del presidente Donald Trump di far uscire gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi “danneggerà” gli americani e le popolazioni di tutto il mondo, “in particolare le comunità più povere e vulnerabili”. Così i vescovi degli Stati Uniti, con una dichiarazione del presidente del Comitato per la giustizia internazionale e la pace, mons. Oscar Cantú, vescovo di Las Cruces. I presuli auspicano inoltre che il capo della Casa Bianca proponga “modi concreti per affrontare il cambiamento climatico globale e promuovere la gestione ambientale”. Ieri Trump aveva annunciato di non poter “sostenere un’intesa che – aveva sottolineato – punisce gli Usa”, dichiarandosi disponibile a negoziare un accordo più equo per Washington. Mentre si ridefiniscono le alleanze internazionali in materia ambientale, si profila una futura cooperazione tra Bruxelles e Pechino: la Cina ha infatti promesso di applicare l’intesa, “così difficilmente raggiunta” da 195 Paesi alla conferenza Cop21 del dicembre 2015; il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha aggiunto che con la Cina sarà l’Ue a guidare l’applicazione dell’accordo. Alfonso Cauteruccio, presidente di Greenaccord:

R. – La posizione di Trump è risultata a molti come antiscientifica, antistorica e – aggiungerei – anche antieconomica. Questi sono tre fattori molto importanti. Antiscientifica perché è contro le posizioni ormai unanimi sui cambiamenti climatici; antistorica perché attarda gli Stati Uniti nei confronti degli altri Stati, soprattutto lasciando una leadership climatica, se così si può definire, alla Cina; e poi antieconomica perché ormai i mercati si stanno volgendo verso un abbandono sia del carbone sia del petrolio. Tutto questo comporterà, a mio avviso, che gli altri Stati andranno avanti nella ricerca, nel cambiamento e loro si troveranno certamente in ritardo. Però c’è da sottolineare come i vari Stati americani possano decidere autonomamente anche di continuare con gli impegni in materia ambientale già presi: si parla dell’85 per cento degli Stati americani.

D. – Un po’ come è successo con i migranti?

R. – Sì, quindi ci saranno delle resistenze, delle chiamate in giudizio di queste nuove politiche. Per cui, certamente, i giudici interverranno e ci sarà tutta una casistica da analizzare con calma.

D. – La Cina proprio nelle ultime ore ha promesso di applicare l’accordo di Parigi: si tratta del più grande produttore di gas a effetto serra. Che ragioni ha Pechino?

R. – La Cina si è resa conto che le politiche che si stavano perseguendo per inseguire l’innalzamento del Pil erano autolesioniste e distruttive soprattutto delle proprie risorse e del proprio territorio.

D. – Ci sono anche ragioni economiche?

R. – Quello che fa Trump è mettere l’ecologia contro il lavoro, come se l’ecologia fosse una prerogativa per togliere posti di lavoro. E’ un discorso che, secondo me, è molto discutibile. In effetti non è vero: cambiando ordine di economia, i posti di lavoro si creano in altre forme. E gli accordi di Parigi cambieranno il mercato del lavoro profondamente. Bisogna poi considerare, rimanendo per esempio in ambito cattolico, che all’inizio di questo anno, i fondi che fanno capo a istituzioni legate alla Chiesa cattolica hanno disinvestito dal fossile e reinvestito in altre energie una quota finanziaria che è valutabile intorno ai 130 miliardi di dollari.

D. – A due anni dalla Laudato si’, i vescovi americani hanno detto che la decisione di Trump andrà a danneggiare “in particolare le comunità più povere e vulnerabili”. Perché?

R. – Gli effetti dei cambiamenti climatici si ripercuotono soprattutto in aree che sono di per sé già provate dalla povertà. Quindi, in questo senso, vanno a peggiorare gli effetti. Si parla di uragani, inondazioni, siccità, carestie, scarsità di acqua: tutti temi che interessano proprio chi ha meno possibilità di avere risorse. E soprattutto perché le aree più esposte purtroppo sono in zone già fortemente a rischio. Bisogna pensare in particolare alle aree densamente popolate che sono sulle rive degli oceani: con l’innalzamento dei mari, queste popolazioni saranno costrette a spostarsi in massa.

D. – Cosa succede ora per gli altri 194 Stati che hanno firmato l’intesa che, ricordiamo, non prevede comunque penalità per chi non la rispetta?

R. – Si continuerà comunque. L’Europa è intenzionata ad andare avanti, la Cina lo stesso, ma anche l’India è sulla buona strada. Insomma, mi sembra che le Nazioni che abbiano scelto di seguire Trump siano veramente poche e una di queste è la Siria.

Radio Vaticana

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