Gallagher: “Per Francesco la diplomazia vaticana è servizio all’umanità”

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Pace, diritti umani, disarmo. Sono i temi forti che l’arcivescovo Paul Richard Gallagher ha sottolineato nel suo recente viaggio in Giappone. Tutti temi particolarmente a cuore a Papa Francesco. In questa intervista in esclusiva alla Radio Vaticana, realizzata da Alessandro Gisotti, il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati traccia un bilancio del viaggio in Estremo Oriente e parla delle sfide più urgenti per la diplomazia vaticana:

R. – Il viaggio è stato programmato dopo il viaggio qui in Italia e in Vaticano del ministro degli Affari Esteri Kishida, l’anno scorso. Così, quando è arrivato l’invito per andare a Tokyo l’ho accolto anche in spirito di reciprocità. Andare in Giappone è un po’ essere testimoni di una situazione molto particolare, dopo la storia della Seconda Guerra Mondiale, dopo le bombe atomiche: si entra in un Paese che è stato profondamente traumatizzato dall’esperienza della Seconda Guerra Mondiale e per loro la pace ha un senso molto particolare. Si vive la preoccupazione di tutti i giapponesi: assicurare la pace. E andando lì è stato possibile fare un discorso di pace: la gente capisce il prezzo che si deve pagare per la pace, lo sforzo necessario per assicurare la pace e poi anche il costo della pace. Loro lavorano tanto per assicurare buoni rapporti con i loro vicini, sono preoccupati anche per la situazione attuale della penisola coreana ed evidentemente anche per la loro alleanza di difesa con gli Stati Uniti ed altri. Il tema della pace è molto vivo e questo mi fa piacere nel senso che spesso nel mondo noi prendiamo la pace come un qualcosa di sicuro, qualcosa di garantito, ma non è così. Mentre in Giappone capiscono il prezzo della pace, la sofferenza della non-pace.

D. – Proprio a proposito di questo, particolarmente forte e simbolica è stata la sua visita di Hiroshima. Il disarmo nucleare purtroppo sembra ancora restare un’utopia: cosa può fare la Santa Sede su questo fronte, che ruolo può giocare?

R. – Noi continuiamo a lavorare, anche con un senso di realismo, nel mondo, per il disarmo nucleare, per la non proliferazione delle armi nucleari. E in questo ovviamente condividiamo molto le posizioni del Giappone che pure si è molto impegnato in questo senso. Noi essenzialmente lavoriamo su due fronti. Nel mondo multilaterale, tramite gli organismi internazionali, soprattutto quelli che si occupano direttamente del disarmo, del nucleare. E naturalmente anche tramite la Chiesa: speriamo che anche le comunità cattoliche siano animate da questo spirito di pace e questo spirito di cercare – come il Papa ha detto spesso – questa etica di fraternità che rende superabili tutte le nostre paure, che ci portano poi a difenderci anche con queste armi terribili.

D. – Nel suo intervento alla Sophia University di Tokyo, lei ha parlato anche dei diritti dei poveri e dei profughi. Come valuta le barriere politiche anche di chiusura verso i migranti che si stanno rafforzando in tante parti del mondo?

R. – Noi vediamo che bisogna lavorare su molti fronti, bisogna cercare di ridurre i conflitti e risolvere le guerre dove ci sono. Bisogna lavorare per un maggiore sviluppo economico e finanziario di molti Paesi dove i poveri sono quasi obbligati a cercare, giustamente, un futuro migliore per loro stessi e per le loro famiglie. In questo senso noi lavoriamo e anche per una nuova rinnovata visione dell’economia mondiale. Dobbiamo dire che abbiamo le risorse, abbiamo le capacità di creare un mondo più giusto dove ci sia più possibilità di vivere con dignità. In questo senso la Chiesa lavora.

D. – Dai rapporti tra Stati Uniti e Cuba, alla Colombia, la Siria, il ruolo della Santa Sede per la pace è molto attivo in questo Pontificato. Che cosa rappresenta, secondo lei, per Papa Francesco la diplomazia vaticana?

D. – Credo che il Santo Padre ritenga che la diplomazia vaticana sia una manifestazione di quel ministero, di quel servizio, che la Chiesa ha sempre reso e rende e renderà alla comunità internazionale. Noi rispondiamo alle situazioni, agli appelli dei governi e dei popoli per contribuire alla pace, offrire a queste cose i nostri buoni uffici. Non è che noi siamo protagonisti, noi non pretendiamo di avere soluzioni per tutte le cose, però possiamo in questo spirito di fraternità cercare di aiutare gli altri, di superare i pregiudizi, di incontrarsi per parlare, per lanciare un dialogo. Facciamo quello che è possibile e il Santo Padre desidera che siamo sempre disponibili, con tutte le difficoltà e le sfide che ci sono. Noi rispondiamo sempre all’appello e all’invito di tutte e due le parti in conflitto, non è che rispondiamo solo a una, perché dobbiamo sempre cercare di rimanere imparziali.

Fonte: Radio Vaticana

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