Ebola, un missionario in Sierra Leone: “Prevenzione difficile”

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Allarme dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’epidemia di ebola in Guinea Conakry, Sierra Leone e Liberia. La malattia, spiegano gli esperti, “avanza più velocemente degli sforzi per controllarla”. Decisa una riunione d’emergenza per il prossimo 6 agosto, oltre a provvedimenti per arginare il contagio. Le vittime accertate sono ormai oltre 700. La compagnia aerea Emirates ha sospeso i voli verso Conakry, mentre le autorità di Francia e Italia sconsigliano i viaggi nelle tre nazioni colpite. Per una testimonianza sulla situazione, Davide Maggiore ha raggiunto telefonicamente in Sierra Leone padre Carlo Di Sopra, superiore dei Missionari Saveriani nel Paese:

R. – Il processo è questo: la gente, prima di tutto, è incredula. Pensa secondo le voci che circolano. All’inizio, era un “dire comune” che questa cosa qui non esistesse e quindi non si sono prese precauzioni. Nelle nostre chiese, siamo stati un po’ i primi a sospendere le riunioni, a parlarne, a prendere per esempio delle precauzioni, a diluire varecchina in acqua per lavarsi le mani all’entrata delle chiese e delle case… Siccome questo virus si contagia con il contatto, abbiamo anche abolito lo scambio del segno della pace in chiesa, incoraggiando poi la gente a essere prudente anche nei contatti. Un po’ alla volta sta entrando questa mentalità di difendersi. Il 31 luglio scorso, il presidente ha dichiarato lo stato di emergenza. E meno male, perché con questa presa di posizione adesso speriamo che la gente sia veramente più attenta, perché l’unica maniera di fermare questo virus è cambiare alcuni comportamenti, che sono anche culturali.

D. – Quindi, c’è una difficoltà ad abbandonare queste pratiche?

R. – E’ veramente molto difficile, perché qui la vicinanza – soprattutto nella famiglia – è una cosa essenziale. Quando qualcuno sta male, la prima cosa che si fa è andare a trovarlo. Non è come da noi che quando qualcuno sta male, si chiude in stanza… Loro hanno bisogno di sentire la vicinanza delle persone, della famiglia prima di tutto e poi della loro comunità. Con l’ebola non è possibile fare questa cosa. Quindi, anche chi si ammala ha il terrore dell’isolamento. Anche al momento del funerale c’è il lavaggio del corpo e poi la vicinanza: sono cose che loro veramente vivono… E’ difficile cambiare questi comportamenti. La gente non capisce e da lì vengono fuori tante storie, che fanno sì che subentri il terrore e che la gente vada a nascondersi e preferisca andare nei villaggi all’interno della foresta… Così il contagio si propaga. C’è da dire che c’è poco personale e gli ospedali non sono pronti per questo, hanno una stanza dove possono mettere i malati. In tutta la nazione c’è un centro solo, a Kenema, nel sud, dove fanno questi esami.

D. – E’ capitato che le persone si rivolgessero ai guaritori tradizionali, alle autorità tradizionali. Per vincere queste resistenze culturali, non si potrebbe cercare di lavorare anche con queste particolari figure?

R. – Adesso lo stanno facendo, però è una cosa molto complessa. La comunicazione è scarsa, la televisione non c’è… Sensibilizzare la gente qui è molto, molto difficile perché devi parlare anche la lingua: sono in tanti villaggi, in posti nascosti. Quindi è veramente molto, molto difficile raggiungere un po’ tutti. Molti sono scappati addirittura dagli ospedali o sono stati presi dai familiari e portati da questi guaritori…

Fonte: Radio Vaticana

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