“Disumana e immorale” l’espulsione di iracheni messa in atto dagli USA

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Baghdad – Il Patriarcato caldeo, guidato dal Patriarca Louis Raphael Sako, segue con preoccupazione la vicenda degli iracheni residenti da lungo tempo negli Stati Uniti d’America che vengono rispediti nel loro Paese natale perché non hanno ancora ottenuto i documenti necessari per ottenere la cittadinanza USA, o perché accusati di aver commesso reati. In un comunicato diffuso lunedì 20 luglio, il Patriarcato caldeo ha definito tale misura disposta dall’Amministrazione USA come una forma di deportazione “disumana e immorale”, perché colpisce persone residenti in USA da molti anni, costrette a volte a separarsi dalla propria famiglia o a portare con sé in Iraq figli nati in America che non parlano arabo, esponendo così tutto il nucleo familiare al rischio dell’isolamento sociale e della mancanza di lavoro e di mezzi di sostentamento. Il pronunciamento patriarcale, diffuso attraverso i canali ufficiali del Patriarcato caldeo, auspica un ripensamento da parte dell’Amministrazione Usa, che tuteli i diritti e la tranquillità familiare agli iracheni potenziali vittime dei dispositivi di espulsione.
Giovedì 2 luglio, la Corte Suprema degli Stati Uniti non ha accolto la richiesta avanzata da un consistente gruppo di iracheni per sollecitare il blocco delle disposizioni di espulsione e rimpatrio forzato in Iraq emesse a loro carico dagli apparati giudiziari statunitensi.
La vicenda coinvolge circa 1.400 iracheni residenti negli Stati Uniti, alcuni dei quali colpiti da lungo tempo da misure di espulsione, comminate dopo che erano stati processati per aver commesso reati. Molti di loro, nelle petizioni presentate per sottrarsi ai decreti di espulsione, sostenevano che il rimpatrio forzato in Iraq li esponeva al rischio di subire “torture e persecuzioni”. Fino ad alcuni anni fa, erano gli stessi governi iracheni a opporsi ai rimpatri coatti di propri concittadini residenti in USA e colpiti da misure di espulsione. La situazione è cambiata a partire dal giugno 2017, in virtù delle nuove regole in materia di immigrazione poste in atto dall’Amministrazione Trump. Tali regole portarono nel giugno 2017 anche all’arresto di 114 iracheni su disposizione dell’Immigration and Custom Enforcement (ICE, l’agenzia federale statunitense responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione). Nelle settimane successive, come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 25/7/2017), il giudice Mark Goldsmith di Detroit riuscì temporaneamente a bloccare la potenziale deportazione di cristiani caldei e di altri immigrati iracheni, mostrando che anche i casi penali e giudiziari tirati in ballo dalle forze di polizia come motivazione dei provvedimenti di espulsione contro gli iracheni fossero in realtà casi “dormienti”, rispolverati all’occorrenza, in maniera evidentemente pretestuosa. In realtà, già prima dei tentativi di resistenza legale messi in atto dal giudice Doldsmith, l’operazione di rimpatrio forzato di cittadini iracheni residenti in USA faceva leva sull’accordo già sancito tra l’Amministrazione Trump e il governo di Baghdad, che aveva accettato di accogliere un certo numero di cittadini iracheni sottoposti all’ordine di espulsione dagli USA, pur di cancellare l’Iraq dalla lista nera delle nazioni colpite dal cosiddetto “Muslim Ban”, il bando voluto del Presidente Donald Trump per impedire l’accesso negli USA ai cittadini provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana considerati come potenziali “esportatori” di terroristi.

Fonte: Agenzia Fides

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