COREA – Papa Francesco parla della Chiesa in Asia: “Dialogo con tutti”

0

Dialogo, identità cristiana, empatia verso tutti, in un autentico spirito contemplativo di apertura e di accoglienza dell’altro. Nel suo discorso ai Vescovi dell’Asia, Papa Francesco ha allargato lo sguardo sulla missione della Chiesa nel Continente asiatico. Ed ha anche messo in guardia verso tre tentazioni, nel cammino del dialogo con individui e culture: il relativismo, la superficialità e il rinchiudere la fede in risposte già pronte.

L’incontro di Papa Francesco con i Vescovi provenienti da tutta l’Asia, si è svolto nel santuario di Haemi, nella mattina di domenica 17 agosto, penultimo giorno del suo viaggio apostolico in Corea del Sud. Il Santuario di Haemi è dedicato ‘al martire ignoto’ perché l’identità della maggior parte dei 132 martiri coreani uccisi in quel luogo a metà del 1800 non è nota.

Papa Francesco ha infine auspicato che, in tale spirito di apertura agli altri, i Paesi dell’Asia con i quali la Santa Sede non ha ancora una relazione piena non esitino a promuovere un dialogo a beneficio di tutti.

Di seguito, i brani principali del discorso che Papa Francesco ha rivolto ai Vescovi dell’Asia
e il saluto al Papa del Card. Gracias, arcivescovo di Bombay e Presidente della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche :

Cari fratelli Vescovi,

desidero rivolgervi un fraterno e cordiale saluto nel Signore, mentre siamo radunati in questo luogo santo, nel quale numerosi cristiani hanno donato la loro vita per la fedeltà a Cristo. La loro testimonianza di carità ha portato grazie e benedizioni alla Chiesa in Corea ed anche al di là dei suoi confini: le loro preghiere ci aiutino ad essere pastori fedeli delle anime affidate alla nostra cura. Ringrazio il Cardinale Gracias per le gentili parole di benvenuto e per il lavoro svolto dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia nel dare impulso alla solidarietà e promuovere l’azione pastorale nelle vostre Chiese locali.

In questo vasto Continente, nel quale abita una grande varietà di culture, la Chiesa è chiamata ad essere versatile e creativa nella sua testimonianza al Vangelo, mediante il dialogo e l’apertura verso tutti. In verità, il dialogo è parte essenziale della missione della Chiesa in Asia (cfr Ecclesia in Asia, 29). Ma nell’intraprendere il cammino del dialogo con individui e culture, quale dev’essere il nostro punto di partenza e il punto di riferimento fondamentale che ci guida alla nostra meta? Certamente esso è la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani. Non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non siamo consapevoli della nostra identità. E, d’altra parte, non può esserci dialogo autentico se non siamo capaci di aprire la mente e il cuore, con empatia e sincera accoglienza verso coloro ai quali parliamo. Un chiaro senso dell’identità propria di ciascuno e una capacità di empatia sono pertanto il punto di partenza per ogni dialogo. Se vogliamo comunicare in maniera libera, aperta e fruttuosa con gli altri, dobbiamo avere ben chiaro ciò che siamo, ciò che Dio ha fatto per noi e ciò che Egli richiede da noi. E se la nostra comunicazione non vuole essere un monologo, dev’esserci apertura di mente e di cuore per accettare individui e culture.

Il compito di appropriarci della nostra identità e di esprimerla si rivela tuttavia non sempre facile, poiché, dal momento che siamo peccatori, saremo sempre tentati dallo spirito del mondo, che si manifesta in modi diversi. Vorrei qui segnalarne tre.

Il primo di essi è l’abbaglio ingannevole del relativismo, che oscura lo splendore della verità e, scuotendo la terra sotto i nostri piedi, ci spinge verso sabbie mobili, le sabbie mobili della confusione e della disperazione. È una tentazione che nel mondo di oggi colpisce anche le comunità cristiane, portando la gente a dimenticare che «al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli» (Gaudium et spes, 10; cfr Eb 13,8). Non parlo qui del relativismo inteso solamente come un sistema di pensiero, ma di quel relativismo pratico quotidiano che, in maniera quasi impercettibile, indebolisce qualsiasi identità.

Un secondo modo attraverso il quale il mondo minaccia la solidità della nostra identità cristiana è la superficialità: la tendenza a giocherellare con le cose di moda, gli aggeggi e le distrazioni, piuttosto che dedicarsi alle cose che realmente contano (cfr Fil 1,10). In una cultura che esalta l’effimero e offre numerosi luoghi di evasione e di fuga, ciò presenta un serio problema pastorale. Per i ministri della Chiesa, questa superficialità può anche manifestarsi nell’essere affascinati dai programmi pastorali e dalle teorie, a scapito dell’incontro diretto e fruttuoso con i nostri fedeli, specialmente i giovani, che hanno invece bisogno di una solida catechesi e di una sicura guida spirituale. Senza un radicamento in Cristo, le verità per le quali viviamo finiscono per incrinarsi, la pratica delle virtù diventa formalistica e il dialogo viene ridotto ad una forma di negoziato, o all’accordo sul disaccordo.

C’è poi una terza tentazione, che è l’apparente sicurezza di nascondersi dietro risposte facili, frasi fatte, leggi e regolamenti. La fede per sua natura non è centrata su se stessa, la fede tende ad “andare fuori”. Cerca di farsi comprendere, fa nascere la testimonianza, genera la missione. In questo senso, la fede ci rende capaci di essere al tempo stesso coraggiosi e umili nella nostra testimonianza di speranza e di amore. San Pietro ci dice che dobbiamo essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15). La nostra identità di cristiani consiste in definitiva nell’impegno di adorare Dio solo e di amarci gli uni gli altri, di essere al servizio gli uni degli altri e di mostrare attraverso il nostro esempio non solo in che cosa crediamo, ma anche in che cosa speriamo e chi è Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr 2 Tm 1,12).

Per riassumere, è la fede viva in Cristo che costituisce la nostra identità più profonda. È da questa che prende avvio il nostro dialogo, ed è questa che siamo chiamati a condividere in modo sincero, onesto, senza presunzione, attraverso il dialogo della vita quotidiana, il dialogo della carità e in tutte quelle occasioni più formali che possono presentarsi. Poiché Cristo è la nostra vita (cfr Fil 1,21), parliamo di Lui e a partire da Lui, senza esitazione o paura. La semplicità della sua parola diventa evidente nella semplicità della nostra vita, nella semplicità del nostro modo di comunicare, nella semplicità delle nostre opere di servizio e carità verso i nostri fratelli e sorelle.

Vorrei ora fare riferimento ad un ulteriore elemento della nostra identità di cristiani: essa è feconda. Poiché continuamente nasce e si nutre della grazia del nostro dialogo con il Signore e degli impulsi dello Spirito, essa porta un frutto di giustizia, bontà e pace.Permettetemi quindi di farvi una domanda circa i frutti che l’identità di cristiani sta portando nella vostra vita e nella vita delle comunità affidate alla vostra cura pastorale. L’identità cristiana delle vostre Chiese particolari appare chiaramente nei vostri programmi di catechesi e di pastorale giovanile, nel vostro servizio ai poveri e a coloro che languiscono ai margini delle nostre ricche società e nei vostri sforzi di alimentare le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa?

Infine, assieme ad un chiaro senso della nostra propria identità di cristiani, il dialogo autentico richiede anche una capacità di empatia. La sfida che ci si pone è quella di non limitarci al ascoltare le parole che gli altri pronunciano, ma di cogliere la comunicazione non detta delle loro esperienze, speranze e aspirazioni, delle loro difficoltà e di ciò che sta loro più a cuore. Tale empatia dev’essere frutto del nostro sguardo spirituale e dell’esperienza personale, che ci porta a vedere gli altri come fratelli e sorelle, ad “ascoltare”, attraverso e al di là delle loro parole e azioni, ciò che i loro cuori desiderano comunicare.

In questo senso, il dialogo richiede da noi un autentico spirito “contemplativo” di apertura e di accoglienza dell’altro. Questa capacità di empatia ci rende capaci di un vero dialogo umano, nel quale parole, idee e domande scaturiscono da un’esperienza di fraternità e di umanità condivisa. Essa conduce ad un genuino incontro, in cui il cuore parla al cuore. Siamo arricchiti dalla sapienza dell’altro e diventiamo aperti a percorrere insieme il cammino di una più profonda conoscenza, amicizia e solidarietà. Come ha osservato giustamente san Giovanni Paolo II, il nostro impegno per il dialogo si fonda sulla logica stessa dell’incarnazione: in Gesù, Dio stesso è diventato uno di noi, ha condiviso la nostra esistenza e ci ha parlato con la nostra lingua (cfr Ecclesia in Asia, 29).

In tale spirito di apertura agli altri, spero fermamente che i Paesi del vostro Continente con i quali la Santa Sede non ha ancora una relazione piena non esiteranno a promuovere un dialogo a beneficio di tutti.

Cari fratelli nell’episcopato, vi ringrazio per la vostra accoglienza fraterna e cordiale.

Quando guardiamo al grande Continente asiatico, con la sua vasta estensione di terre, le sue antiche culture e tradizioni, siamo consapevoli che, nel piano di Dio, le vostre comunità cristiane sono davvero un pusillus grex, un piccolo gregge, al quale tuttavia è stata affidata la missione di portare la luce del Vangelo fino ai confini della terra.

Il Buon Pastore, che conosce e ama ciascuna delle sue pecore, guidi e irrobustisca i vostri sforzi nel radunarle in unità con Lui e con tutti gli altri membri del suo gregge sparso per il mondo. Affido ciascuno di voi all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa, e imparto di cuore la mia benedizione, quale pegno di grazia e pace nel Signore.

Di seguito, il saluto rivolto a Papa Francesco dal Cardinale Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay e Presidente della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia, FABC:

Beatissimo Padre,

In questo momento i nostri cuori e le nostre menti tornano indietro a quella storica occasione di 44 anni fa, quando i vescovi dell’Asia si riunirono a Manila in occasione della storica visita di Papa Paolo VI nelle Filippine, nel dicembre 1970. Era la prima volta che i vescovi dell’Asia così numerosi – i presenti erano circa 180 – si riunivano per scambiarsi esperienze e per discutere insieme sulle questioni pastorali di questo vasto e variegato continente. Spinti dall’entusiasmo di questa esperienza, i Padri Fondatori istituirono la Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc) con la benedizione di Papa Paolo VI. La Fabc conta oggi 19 conferenze membro comprendenti 27 Paesi e 9 membri associati, ossia Chiese che non hanno Conferenze episcopali.

L’Asia è un continente che sta sperimentando le speranze e le gioie di una costante rinascita nello Spirito. Il 60 per cento della popolazione mondiale vive in Asia. E’ un continente giovane, in cui la maggioranza della popolazione è giovane. Di conseguenza, in molti modi l’Asia è davvero fondamentale per il futuro del mondo ed il futuro della Chiesa. La globalizzazione ha avuto un forte impatto e ha portato nuove sfide alla Chiesa.

La popolazione asiatica è religiosa per natura, e tuttavia si sta insinuando uno spirito secolarista e materialista. Il tessuto familiare, un tempo considerate così importante e profondamente radicato nella società asiatica, si sta progressivamente sfaldando.

E ancora, mentre l’anima asiatica considera la vita sacra, crescono le minacce alla vita che sono per molti versi inquietanti.

L’asiatico cerca e apprezza la comunità. Adesso anche questo sta subendo l’impatto di un forte individualismo.

Siamo nella bella terra di Andrew Kim Taegon e dei suoi compagni. Durante questa settimana, sono stati beatificati 124 martiri, il sangue di questi santi martiri è stato il seme che ha fatto crescere la Chiesa qui. La Giornata della Gioventù Asiatica ci ha mostrato quanto vivace ed entusiasta sia la gioventù coreana. La Corea è una terra in cui i laici hanno svolto un ruolo speciale nell’evangelizzazione e, per questo, diventa un modello per molte delle nostre Chiese. Ci auguriamo di essere toccati dalla passione contagiosa della Chiesa coreana, quando torneremo nelle nostre diocesi.

Beatissimo Padre, La ringraziamo per questa visita in Corea, la sua prima visita in Asia. Con il suo messaggio, Lei ci ha portato la persona di Gesù. Ci ha ispirati con il suo esempio. La ringraziamo per il suo Magistero e preghiamo affinché lo Spirito continui ad assisterla e Dio protegga il suo ministero petrino. Mentre le chiediamo di benedirci e di pregare per noi, ci impegniamo a rendere la persona di Gesù ed il suo messaggio sempre più conosciuti, più capiti, più amati e più seguiti. Lo faremo con la nostra parola, la nostra vita, il nostro lavoro. Benedica la Chiesa in Asia, benedica noi, responsabili di questa Chiesa. Possa Maria, Stella della Nuova Evangelizzazione, Madre nostra e Madre della Chiesa continuare sempre a guidarci, proteggerci e ad intercedere per noi. Grazie

Fonte: Radio Vaticana

No comments