COREA – Il Papa ai giovani: “La Corea è una, l’unità del Paese è possibile”

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Pregate per la riunificazione dell’“unica famiglia” della Corea, fatta di fratelli che parlano “la stessa lingua”. È la consegna lasciata da Papa Francesco alle ragazze e ai ragazzi della Giornata della gioventù asiatica, incontrati nel pomeriggio – ora locale – a Daejeon, nella grande tenda allestita nel parcheggio del Santuario di Solmoe. Un’ora e mezzo di entusiasmo e di grande attenzione alle parole del Papa, che ha concluso invitando al perdono e spiegando ai giovani cosa significhi scegliere di seguire Gesù nella vita. Il servizio di Alessandro De Carolis:

La colpa della divisione tra le due Coree è solo di una parte? Se Dio mi chiede di seguirlo in una vocazione e io sento altro, questo è una tentazione o no? Domande gigantesche, che chiedono subito risposte che un adulto farebbe enorme fatica a formulare senza essere condizionato da politicamente corretto, timori reverenziali, esitazioni dettate da interesse. E infatti a pronunciarle senza paura sono tre ragazzi a nome dei seimila radunati alla Giornata asiatica dei giovani, che approvano con applausi e boati.

Papa Francesco non delude le attese. Ascolta con attenzione e prende appunti mentre una ragazza cambogiana, un giovane di Hong Kong e una della Corea gli aprono il cuore con un senso di fiducia così totale da lasciare disarmati e commossi. Quando è il suo turno, con lo stesso anticonformismo il Papa interrompe a metà il discorso preparato e letto fin lì in inglese chiedendo ai ragazzi il permesso di passare all’italiano, la lingua che gli permette di far parlare direttamente il cuore, non prima di aver collocato nella giusta cornice ciò che dirà loro:

“Dear young friends, in this generation…

Cari giovani amici, in questo nostro tempo il Signore conta su di voi! Egli è entrato nei vostri cuori nel giorno del vostro Battesimo; vi ha dato il suo Spirito nel giorno della vostra Confermazione; vi fortifica costantemente attraverso la sua presenza nell’Eucaristia, così che possiate essere suoi testimoni davanti al mondo. Siete pronti a dirgli ‘sì’? Siete pronti?”.

La prima risposta è per Mey, giovane cambogiana divisa tra il seguire la voce che la spinge verso la consacrazione religiosa e una strada ugualmente di impegno ma di tipo laicale. Il Papa lo definisce…

“…un conflitto apparente, perché quando il Signore chiama, chiama sempre per fare il bene agli altri: sia alla vita religiosa, alla vita consacrata, sia alla vita laicale, come padre e madre di famiglia. Ma lo scopo è lo stesso: adorare Dio e fare il bene agli altri (…) Ma tu non devi scegliere nessuna strada! La deve scegliere il Signore! Gesù l’ha scelta! Tu devi sentire Lui e chiedere: ‘Signore cosa devo fare?’”.

Papa Francesco prende anche un impegno con la ragazza, che gli ha ricordato l’esistenza di martiri cambogiani tuttora sconosciuti, uccisi in particolare durante gli anni del sanguinario regime di Pol Pot:

“Io ti prometto che mi occuperò, quando torno a casa, di parlare all’incaricato di queste cose, che è un bravo uomo e si chiama Angelo … e chiederò lui di fare una ricerca su questo per portarlo avanti”.

“Angelo” è il cardinale Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e l’impegno assunto dal Papa è suggellato da un applauso scrosciante, uno dei tanti con i quali i giovani vogliono comunicare a Francesco che il loro entusiasmo è grande ma ha bisogno di poggiare sulle certezze, quelle di una generazione nuova che si chiede se potrà scrivere una storia diversa dal passato. Come fa Marina, che si spinge con la sua domanda fin nella ferita più dolorosa, aperta da 60 anni: che senso ha l’odio che divide le Coree? Il Papa è chiaro: non ci sono due Coree, afferma. Ce n’è una, ma è divisa, la famiglia è divisa”:

“Prima di tutto, il consiglio: pregare; pregare per i nostri fratelli del Nord. ‘Signore, siamo una famiglia, aiutaci, aiutaci all’unità, Tu puoi farlo. Che non ci siano vincitori né vinti, soltanto una famiglia, che ci siano soltanto i fratelli’ (…) Adesso, la speranza. Qual è la speranza? Ma, ci sono tante speranze, ma ce ne è una bella: la Corea è una, è una famiglia. Ma, voi parlate la stessa lingua, la lingua di famiglia; voi siete fratelli che parlate la stessa lingua (…) Pensate ai vostri fratelli del Nord: loro parlano la stessa lingua e quando in famiglia si parla la stessa lingua, c’è anche una speranza umana”.

Il tendone che piomba nel silenzio, con i giovani raccolti assieme al Papa in preghiera per la riunificazione della Corea è un’immagine che non verrà dimenticata. Ma è utopica una speranza senza il perdono ed è a questo aspetto che Papa Francesco dedica l’ultima riflessione a braccio. Rifacendosi alla scena recitata poco prima sul palco da un gruppo di giovani, in chiave di musical, ispirata alla parabola del Figliol prodigo, il Papa conclude ribadendo la certezza che è la pietra d’angolo del suo Pontificato, e cioè che Dio è misericordia e pazienza infinite:

“Nessuno di noi sa cosa ci aspetta nella vita. E voi giovani: ‘Ma, cosa mi aspetta?’. Noi possiamo fare cose brutte, bruttissime, ma per favore non disperare, sempre c’è il Padre che ci aspetta! Tornare! Tornare! Quella è la parola. Come back! Tornare a casa, perché mi aspetta il Padre. E se io sono molto peccatore, farà una grande festa. E a voi sacerdoti, per favore, abbracciate i peccatori e siate misericordiosi”.

Il “Padre Nostro” cantato in coreano è l’immagine di dissolvenza che si intreccia con un grido ritmato in italiano quasi perfetto, che fa vibrare a lungo la megatenda di Solmoe:

“W Papa! W Papa!…”

Prima di trasferirsi al Santuario di Solmoe, Papa Francesco aveva pranzato con un gruppo di giovani nel refettorio del Seminario maggiore di Daejeon. Al pranzo, durato oltre un’ora, hanno partecipato 18 ragazzi provenienti da diverse parti dell’Asia, accompagnati dal vescovo di Daejeon, mons. Lazzaro You Heung-sik, e dal gesuita che lo accompagna in questi giorni con funzioni di interprete. Il clima è stato gioioso, animato da semplici battute. Gli interventi più consistenti hanno riguardato la vita delle singole Chiese locali raccontata dai giovani. Gran parte dei ragazzi ha invitato Papa Francesco a visitare il proprio Paese. Insieme hanno intonato l’inno della Gmg e, al termine è avvenuto, sempre in un clima di festa, lo scambio di piccoli doni. Non sono mancati i “selfie” e gli autografi. Alla fine un abbraccio di gruppo.

Fonte: Radio Vaticana

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