Centrafrica, la faticosa ricerca della pace, in mezzo alla violenza

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Il paese al centro del continente nero è tuttora sconvolto da milizie e gruppi armati che compiono massacri indiscriminati. La visita di Papa Francesco a novembre del 2015 ha generato un effetto positivo ma urge che le istituzioni profondano maggiore impegno per pacificare il paese. La Chiesa si ritaglia un ruolo facendosi promotrice di accoglienza e di riconciliazione.

Nella storia della Repubblica Centrafricana C’e un “prima” e un “dopo” la visita di Papa Francesco. Il paese era entrato sotto i riflettori dei media mondiali nel novembre 2015 grazie alla visita del Santo Padre e l’apertura della prima porta Santa e del Giubileo della Misericordia proprio a Bangui, la sua capitale, diventata così la “capitale spirituale del mondo”.
La visita di Papa Francesco giungeva alla vigilia del referendum costituzionale e delle elezioni presidenziali che si sarebbero tenuti a dicembre e che dovevano segnare una svolta verso la stabilizzazione del Paese. L’ “effetto Francesco” si è avvertito soprattutto nella capitale Bangui, ma è pur vero che in molta parte del paese resta nelle mani dei gruppi armati della “Seleka”, con massacri, violenze e soprusi di ogni genere. Come è perché è nata è si è sviluppata questa drammatica situazione? Una ricostruzione storica aiuta a comprenderlo.

Nel cuore dell’Africa
Il Centrafrica, come dice il nome, è situato nel cuore dell’Africa, tra la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica del Congo, il Sudan, il Sud Sudan, il Ciad ed il Camerun. Grande due volte l’Italia, ma con circa 5 milioni di abitanti. Un paese senza sbocchi sul mare, ma ricco di terra, acqua, pascoli, prodotti agricoli, foreste, petrolio, oro e diamanti. È una ricchezza quasi “teorica”, perché non sfruttata e non valorizzata. E questo spiega perché il Centrafrica è agli ultimi posti in tutte le classifiche di sviluppo. Ma spiega anche perché è un Paese che fa gola a molti, per le sue ricchezze o per le strategie geopolitiche decise da altri.
Nato nel 1960 con l’indipendenza dalla Francia, il Centrafrica è passato da un regime all’altro, quasi sempre attraverso dei colpi di Stato che hanno permesso al politico o al militare di turno di appropriarsi del potere. In teoria per mettere fine ai soprusi del regime precedente, ma in realtà per spartirsi aiuti, influenze e ricchezze. Oltre a questo, negli ultimi 15 anni, hanno iniziato a proliferare gruppi armati, il cui scopo dichiarato era quello di ribellarsi ad un governo centrale (praticamente inesistente, al di fuori della capitale).

L’alleanza “Seleka”
A dicembre 2012 nasce una nuova alleanza tra vari gruppi armati, la “Seleka” (in Sango, la lingua nazionale, significa “Alleanza”). Formata su base regionale (il Nordest del paese, ai confini con i Sudan ed il Ciad) da elementi per lo più musulmani, in pochi mesi travolge gran parte del paese, per arrivare a Bangui nel marzo 2013 e prendere il potere, scacciando il Presidente François Bozizé. Dietro questo ennesimo colpo di stato, ci sono anche presenze ed influenze internazionali (Francia, Ciad, Sudan, paesi del Golfo Arabo). Seguono nove mesi terribili, di saccheggi, furti, violenze e di spaccatura nel Paese: i musulmani (che sono circa il 10% della popolazione) rimangono coinvolti (alcuni collaborano e ne approfittano, molti sono invece vittime come tutti) e verranno travolti quando, nel dicembre 2013, scoppia una vera e propria guerra civile. Nasce il fenomeno degli Antibalaka: molti non musulmani prendono le armi, un po’ per difesa, un po’ per vendetta, contro la Seleka e contro i musulmani, e scoppia il caos: centinaia di migliaia di persone in fuga, migliaia di vittime. Per molti mesi gli unici luoghi di rifugio sono le parrocchie, che accolgono migliaia di persone: a volte cristiani minacciati dalla Seleka, a volte musulmani minacciati dagli Antibalaka.

Lo sforzo della Chiesa
La Chiesa è in prima linea. Già nel dicembre 2012 (molto prima che scoppiasse la guerra) era nata una speciale Piattaforma dei leader religiosi: cattolici, protestanti e musulmani insieme per scongiurare il rischio di una guerra tra religioni diverse. Il Vescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga (cardinale a sorpresa nel novembre 2016) diventa un punto di riferimento molto forte. Non esita ad andare dappertutto, anche sotto le pallottole, per portare la Consolazione di Dio.
Il caos continua
All’inizio del 2013 viene estromesso il presidente Michel Djiotodjia (esponente della Seleka), sostituito da Catherine Samba Panza. Al di là delle buone intenzioni, il paese continua a rimanere nel caos, nonostante l’intervento militare della Francia e, soprattutto, quello dell’ONU, che crea una missione apposta per il Centrafrica (Missione multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation en Centrafrique, MINUSCA) con 12mila Caschi Blu.
Su forte pressione della Francia, tra fine 2015 ed inizio 2016 si svolgono finalmente le elezioni. Pochi si presentano al voto, con pochi programmi, ma a sorpresa diventa Presidente Archange Faustin Touadera, professore di Matematica all’Università di Bangui, un candidato poco considerato nei pronostici, ma probabilmente visto come elemento di speranza da parte dei giovani.

L’impatto di Francesco
Nel frattempo, una grande sorpresa: la visita di Papa Francesco a Bangui, a fine novembre 2015. Sconsigliato da Francia e ONU, il Papa insiste per venire, e riesce nel suo intento, nonostante che il Centrafricana sia un Paese in guerra (per circa 2 mesi non era stato possibile muoversi sulle strade, tanto alta era la tensione ed il pericolo di essere attaccati dalle varie milizie). E l’arrivo di Papa Francesco sconvolge tutti gli schemi: la gente finalmente in festa, che corre lungo le strade per salutarlo, i momenti di preghiera, le visite ai campi profughi, la visita alla Moschea ed alla comunità musulmana.
Papa Francesco visita la città su una camionetta, senza vetri blindati o protezioni. Là dove i Caschi Blu non vanno, e se ci vanno lo fanno con carri armati e macchine blindate, lui ci va con la semplicità di un sorriso. E conquista tutti.
Una settimana dopo la sua partenza, un missionario passa finalmente dal “KM 5” (la zona musulmana della città teatro di scontri da più di 2 anni) e chiacchiera con un musulmano che gli dice: “Dopo la visita del Papa, è cambiato tutto!”.
In effetti, c’è un prima e un dopo la visita del Papa. La situazione è migliorata, specialmente nella capitale, Bangui. Il problema è che il resto del Paese continua a sprofondare nel caos. 14 delle 16 prefetture (88% del Paese) è nelle mani dei gruppi armati della Seleka, con massacri, violenze e soprusi di ogni genere.

La ricerca della pace
Il Governo è praticamente assente, al di fuori della capitale, ed i Caschi Blu non riescono (o non vogliono?) reagire e la loro presenza è sempre più criticata.
Non mancano le iniziative per cercare la pace, ma spesso sono sradicate dalla realtà, e prevedono grandi “regali” per i gruppi armati, nessuna sanzione, e nessun riguardo per le vittime.
La Chiesa continua a svolgere un lavoro prezioso: proteggere ed accogliere chi è in difficoltà (qualsiasi sia la sua religione o etnia), denunciare ed informare su quello che succede, e cercare di formare le coscienze per uscire da questo caos. E questo è sempre più rischioso: il 3 settembre un cappuccino è stato preso da un gruppo armato, e picchiato per il lavoro di denuncia che i missionari stanno facendo.

Omnis Terra

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