Card. Ravasi: “Musica sacra, di alta qualità se unisce arte e fede”

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E’ stato presentato nella sede del Pontificio Consiglio della Cultura il Convegno “Musica e Chiesa: culto e cultura a 50 anni dalla Istruzione Musicam Sacram” che si terrà a Roma dal 2 al 4 marzo: un appuntamento per riflettere sul rapporto millenario tra liturgia e musica e rivisitare il ruolo del musicista nella Chiesa.

Sono passati cinquant’anni dalla pubblicazione dell’Istruzione “Musicam Sacram” e il Pontificio Consiglio della Cultura vuole ricordare il documento riflettendo proprio sulla presenza e la qualità della musica sacra e sul suo rapporto millenario con la liturgia, nella dimensione non soltanto del culto e della composizione, ma considerando le fondamenta teologiche e fenomenologiche dello scrivere musica, nell’orizzonte assai vasto del dialogo tra la fede e l’arte. Una proposta di grande importanza, dunque, che vede l’esperienza religiosa incarnata nella liturgia come stimolo dell’esperienza estetica che include quella musicale.

Ma è ancora un rapporto propositivo o in crisi? Lo abbiamo chiesto al cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Dicastero vaticano:

R. – Lo stimolo apparentemente sembrerebbe essere in azione, perché io stesso ricevo qui molto spesso delle partiture; ma dall’altra parte devo anche dire che esiste, invece, una carenza della proposta musicale di alta qualità. In passato, difatti, la composizione veniva effettuata da tutti i grandi autori, musicisti, che intervenivano. Perché? Perché allora era profondamente unito il rapporto tra arte e fede. Ed è per questo motivo che tutto il lavoro che io direi si deve fare, è cercare di fare in modo di avvicinare sempre di più artisti e uomini di Chiesa e liturgia – o anche semplicemente d’esperienza religiosa – per far sì che poi alla fine sbocci anche un’opera, sboccino opere che siano di grande qualità, come avveniva in passato.

D. – Bach scrive parole illuminanti: “La musica è la massima espressione di gloria a Dio, ma deve allo stesso tempo essere diletto e ricreazione della mente”…

R. – Questa è veramente una intuizione forte da parte di Bach, che è stata invece qualche volta anche disattesa nell’interno dell’esperienza propria della cultura contemporanea. Perché o da un lato soltanto ci si preoccupava della cosiddetta spiritualità, quindi della gloria di Dio, e così si sconfinava perfino nel devozionale; oppure ci si interessava soltanto delle composizioni di qualità tecnica e di qualità culturale rilevante. E allora si andava a produrre musica che sostanzialmente, nonostante fosse religiosa e persino liturgica, era da concerto. Per questo motivo, probabilmente, tenere insieme questi due elementi è una realtà necessaria, decisiva, ma anche estremamente delicata. E’ come camminare su un crinale in cui tutti e due i versanti devono essere custoditi: la qualità estetica musicale e dall’altra parte la dimensione però di trascendenza, di tensione verso il culto e verso Dio e il suo Cristo.

D. – Eminenza, il vostro Convegno vuole considerare anche la dimensione ecumenica della musica sacra…

R. – Difatti io vorrei ricordare che, appunto, Lutero ha scritto un trattato intitolato “Frau Musika” – “La signora musica”, dedicandola quindi a questa componente che è poi diventata, dopo di lui soprattutto, fondamentale nel culto luterano. Anche perché la cancellazione delle immagini, l’aniconismo e cioè l’assenza di elementi esteriori considerati troppo idolatrici, ha permesso alla musica di diventare la vera signora del culto luterano. Adesso, in questo anno che è proprio il quinto centenario delle 95 tesi di Wittenberg, è il momento anche per ricordare che possiamo veramente scambiarci – come avviene ed è avvenuto – alcuni corali di Bach. Dobbiamo aprirci anche al contributo che ci viene offerto proprio dal mondo protestante con la sua grande tradizione e forse ancora con il suo desiderio di far sì che il culto abbia nella musica la declinazione concreta del Salmo che diceva: “Cantate a Dio con arte”.

Fonte: Radio Vaticana

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