Ancora violenze a Gaza e non ci sono novità negoziali

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Ancora violenze a Gaza. Anche la giornata di ieri è stata caratterizzata da lanci di razzi verso il territorio ebraico e raid aerei israeliani. Nessuna novità sul fronte negoziale. Ci riferisce Graziano Motta:

Il conflitto sembra essere entrato in una fase ancor più acuta dopo il triplice avvertimento delle milizie Ezzedin el Kassem, braccio armato di Hamas, esplicitato dal suo portavoce Abu Obeida : il primo, rivolto alle compagnie aeree internazionali, è di non accostarsi dalle ore 6 locali di oggi (le 5 in Italia) allo scalo di Tel Aviv ( ma parecchie hanno annunciato che non intendono sospendere i voli). Secondo avvertimento alla popolazione israeliana di evitare luoghi affollati come gli stadi; il terzo agli abitanti del Negev, la regione più vicina a Gaza, di lasciare tutti le loro case fino a nuovo ordine. Minacce che, ammantate dalla preoccupazione di non mettere a rischio vite umane, lasciano intendere che l’arsenale missilistico palestinese non è stato neutralizzato dai raid aerei e dalle operazioni terrestri israeliane.

In effetti nella sola giornata di ieri sono stati più di 160 i razzi lanciati da Gaza sul territorio ebraico, venti soltanto intercettati dal sistema di autodifesa Iron Dome, che hanno costretto centinaia di migliaia di persone a cercar riparo nei rifugi e sottoscala. D’altra parte la reazione israeliana si è concretizzata in raid aerei su 120 obiettivi ritenuti offensivi che hanno causato però altre vittime civili, venti morti fra cui due bambini. Il gabinetto ministeriale di difesa, riunito da Netanyahu, ha discusso per parecchie ore su come fronteggiare la situazione e non senza contrasti sulla opportunità di riprendere le operazioni terrestri, visto che la chilometrica rete sotterranea di tunnel non è stata del tutto neutralizzata e che è fallito il tentativo di uccidere il capo delle milizie di Hamas, Mohammed Deif.

Per un’analisi sulla ripresa del conflitto e il fallimento dei colloqui, Marco Guerra ha raccolto il commento di Alessandro Colombo docente di relazioni internazionali all’Università degli Studi di Milano:

R. – Non c’è una vera, nuova fase. Questa ennesima crisi è il prodotto, in realtà, di un disfacimento del tessuto negoziale in Medio Oriente, che non è una disgregazione avvenuta nelle ultime settimane e neppure negli ultimi mesi. Lo scoppio di questa nuova crisi, in realtà, era previsto da tutti gli osservatori. Noi possiamo discutere sull’innesco della guerra, ma le cause profonde erano già tutte presenti. Ecco perché le richieste delle due parti sono richieste assolutamente inconciliabili.

D. – L’Autorità nazionale palestinese, però, aveva avviato un processo di riunificazione con Hamas prima di questa crisi. Quindi, Israele da adesso in poi, se dovrà trattare con il presidente Abbas, dovrà farlo anche con Hamas. Questo come si può conciliare?

R. – Israele prima dello scoppio di questa guerra aveva già posto come condizione il fatto che il governo di unità nazionale non si facesse e questo è in linea di continuità, in realtà, con la politica israeliana degli ultimi venti anni: prima Arafat, poi Hamas, vincitore dell’elezioni del 2006, e adesso il governo di unità nazionale palestinese. Il problema di Israele è che di volta in volta non riconosce la legittimità delle leadership palestinesi. In questa condizione, è chiaro che non si può negoziare.

D. – Ecco, quindi, al momento è impossibile attendersi tregue durature…

R. – In questo momento, il massimo che si possa ottenere è qualche tregua sul terreno, sperando che possa essere prolungata. Le cause di fondo del conflitto, però, purtroppo restano. E non dimentichiamoci che la causa di fondo del conflitto è un’occupazione che dura dal 1967, e che è contraria, da tutti i punti di vista, al diritto internazionale.

D. – Sembra ci sia una sorta di radicalizzazione tra le parti. Il governo israeliano ha elementi di estrema destra e ormai sul fronte palestinese emerge Hamas…

R. – Se noi confrontiamo le parti di oggi con le parti dell’inizio degli anni Novanta, ci troviamo un Israele infinitamente più radicalizzato e, naturalmente, anche una leadership palestinese infinitamente più radicalizzata, senza dimenticare che la leadership palestinese dell’inizio degli anni Novanta venne a sua volta e continuamente accusata di essere una leadership terroristica. In altre parole, quello che oggi Israele rimprovera ad Hamas, veniva rimproverato, quasi negli stessi termini, ad Arafat a metà degli anni Novanta.

Fonte: Radio Vaticana

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