Abusi, Il Card. O’Malley: Servono procedure più chiare per i vescovi

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Il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, si dice “profondamente turbato” dalle notizie riguardanti il cardinale Theodore McCarrick, l’88enne arcivescovo emerito di Washington, accusato di abusi sessuali su minori e comportamenti sessuali inappropriati con adulti. “Queste presunte azioni, se commesse da chiunque, sono moralmente inaccettabili e incompatibili con il ruolo di sacerdote, vescovo o cardinale”, dice con chiarezza in una nota il cardinale O’Malley, che è alla guida della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori dal 2014, anno in cui è stata istituita da Papa Francesco.

Notizie che hanno traumatizzato

Si tratta, quindi, di notizie che hanno “traumatizzato molti cattolici” e non solo.  In merito al cardinale McCarrick, il cardinale O’Malley fa sapere che “in un caso riguardante un minore, l’arcidiocesi di New York, dopo un’indagine, ha ritenuto che l’accusa fosse credibile e fondata. Mentre un’altra accusa riguardante un minore è ancora da indagare”, resoconti che sono “devastanti” per le vittime e per la Chiesa stessa. Le notizie di abusi sessuali da parte del clero creano poi “dubbi nella mente di molti” sul fatto che “stiamo affrontando effettivamente questa catastrofe nella Chiesa”.

Procedure più chiare nei confronti dei vescovi

“Questi ed altri casi richiedono più che delle scuse” – prosegue il porporato statunitense – e fanno notare che “quando vengono mosse accuse contro un vescovo o un cardinale, esiste ancora una grande lacuna nelle politiche della Chiesa sulla condotta e l’abuso sessuale”. La Chiesa degli Stati Uniti ha adottato una politica di “tolleranza zero” per quanto riguarda l’abuso sessuale di minori da parte di sacerdoti ma servono “procedure più chiare per i casi che coinvolgono vescovi”. La Chiesa ha quindi bisogno di una politica forte e globale per affrontare “le violazioni dei voti di celibato da parte dei vescovi nei casi di abuso criminale dei minori e nei casi che coinvolgono gli adulti”. Occorrono concretamente “protocolli trasparenti e coerenti” per assicurare giustizia alle vittime e rispondere alla legittima indignazione dei fedeli.

Agire con rapidità e decisione

L’analisi del porporato parte dalla sua esperienza in diverse diocesi e come presidente della Pontificia Commissione per la protezione dei minori. La Chiesa deve quindi agire con rapidità e la “preoccupazione principale deve essere rivolta alla vittima” di abusi sessuali e ai suoi familiari. Anzi, le vittime vanno “elogiate” per aver portato alla luce la loro tragica esperienza e trattate con rispetto. Queste accuse sono comprensibilmente fonte di delusione e rabbia. E i casi che coinvolgono un cardinale, devono essere visti alla luce degli ultimi due decenni di esperienza della Chiesa in materia di abusi sessuali commessi dal clero.

Le tre azioni imperative per la Chiesa

Il porporato individua, quindi, tre “azioni specifiche”. Prima di tutto ribadisce che serve “una valutazione equa e rapida di queste accuse”. Ci vuole, poi,  “una valutazione dell’adeguatezza dei nostri standard e delle nostre politiche nella Chiesa a tutti i livelli, e specialmente nel caso dei vescovi”. In terzo luogo, bisogna “comunicare più chiaramente ai fedeli cattolici e a tutte le vittime” la procedura per portare avanti denunce nei confronti di vescovi o cardinali. Non intraprendere queste azioni, “metterà in pericolo” l’autorità morale – “già indebolita” – della Chiesa e può distruggere la fiducia richiesta alla Chiesa per assistere i cattolici e svolgere un ruolo significativo nella società in generale. Non c’è in questo momento “imperativo più grande” per la Chiesa che sentirsi responsabile di “affrontare questi problemi” che – assicura in conclusione – “porterò ai miei prossimi incontri con la Santa Sede con grande urgenza e preoccupazione”.

Nella nota il porporato parla anche di recenti articoli di stampa che hanno fatto riferimento ad una lettera inviatagli dal Rev. Boniface Ramsey, nel giugno 2015, “che  – afferma – non ho ricevuto personalmente”. Il porporato statunitense chiarisce che “in linea con la prassi per le questioni riguardanti la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori, a livello di personale la lettera è stata rivista e si è stabilito che le questioni presentate non rientravano nella sfera di competenza della Commissione o dell’arcidiocesi di Boston”, cosa che è stata condivisa con P. Ramsey nella risposta.

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