59 missili Usa colpiscono la Siria, sale la tensione con la Russia

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L’Europa lavorerà per la ripresa immediata dei negoziati in Siria. Lo affermano i presidenti di Francia, Germania e Italia, mentre in Medio Oriente sale la tensione dopo il raid statunitense, che nella notte ha centrato la base aerea siriana di Shayrat uccidendo 6 militari e 9 civili. La Russia fa quadrato con il presidente Assad, Londra e Israele con gli Stati Uniti. Il vescovo siriano, Abou Khazen parla di “scenari inquietanti”.

Una pioggia di missili, cinquantanove Tomahawk, sono stati sparati durante la notte da due cacciatorpedinieri statunitensi di stanza nel Mediterraneo orientale, obiettivo: la base aerea siriana di Shayrat, a 31 km a sud-est di Homs, nel centro del Paese. “La base della morte”, come è stata ribattezzata, da cui sarebbero partiti i jet che, tre giorni fa, hanno usato armi chimiche sulla provincia di Idlib, uccidendo 72 persone, tra cui almeno 30 bambini. Proprio per questo il presidente Usa, Donald Trump, ha deciso l’attacco, come lui stesso ha annunciato in tv e sui social. Confermato che i russi, la Nato erano stati avvertiti dell’azione. Solidali con il Capo della Casa Bianca: Londra, Parigi, Berlino, Israele, l’Arabia Saudita, la Turchia che chiede la rimozione del presidente siriano Assad. La tv di Stato di Damasco parla di “aggressione”, l’Iran di “pericolosa azione unilaterale”, sulla stessa linea la Russia, che assicura sostegno per rafforzare le difese aeree del “suo alleato”. Per il presidente Putin si tratta di una attacco ad una “nazione sovrana” e precisa che senza un’inchiesta indipendente non si può attribuire ad Assad l’uso delle armi chimiche. Invocato subito il confronto alle Nazioni Unite. L’ufficio dell’Alto rappresentante per la politica Estera Ue, intanto conferma il coordinamento tra gli “Stati membri” ed il contatto “con Stati Uniti e Onu”. In questo quadro, il vescovo siriano, Abou Khazen – intervistato dall’agenzia Fides – parla di “scenari inquietanti” dicendosi “sconcertato dalla rapidità con cui è stato deciso e realizzato l’attacco americano”.

Sulla possibilità di un’escalation militare abbiamo intervistato Pietro Batacchi direttore di Rivista Italiana Difesa:

R. – Ritengo e mi auguro di no, perché un’escalation nuocerebbe a tutti: nuocerebbe agli Stati Uniti, nuocerebbe alla Russia e non è un caso che quest’ultima sia stata avvertita con lauto anticipo rispetto al raid americano – ovviamente poi i russi hanno provveduto ad avvertire i siriani -; si tratta di un raid eminentemente politico, un messaggio rivolto ad Assad e soprattutto – aggiungo – a Kim Jong-un perché nel bel mezzo della crisi nordcoreana sul nucleare, l’America non poteva permettersi che un utilizzo anche presunto di armi chimiche potesse passare senza risposta.

D. – A questo punto i rapporti tra la Russia e gli Stati Uniti si deterioreranno? Putin ha detto: “É un’aggressione ad uno Stato sovrano” …

R. – Putin chiaramente doveva fare la voce grossa per dimostrare anche la sua vicinanza all’alleato siriano, però chiaramente Putin non può sacrificare i rapporti con gli Stati Uniti in nome della sua alleanza con Assad. Assad è una pedina funzionale ad un interesse circoscritto e di natura eminentemente strategica che, appunto, può essere anche sacrificato qualora le circostanza geopolitiche lo richiedano.

D. – A questo punto, che segno hanno le conferenze per cercare di trovare la pace in Siria; le conferenze a Ginevra e in Kazakistan di Astana …

R. – Le prospettive non erano granché prima di questo raid; probabilmente questo attacco le rende ancora più incerte. Non dimentichiamoci che sono due trance di colloqui diverse, rispondono a logiche ed interessi diversi e uno dei principali attori che presumibilmente non avrebbe potuto trarre beneficio da questi colloqui era proprio Assad che ad Astana non era parte in causa. Anche da questo punto di vista non mi sembra che ci siano elementi di grandissima novità. D’altro canto non credo che si complicherà molto di più la crisi siriana, più di quanto non lo sia già, soprattutto nel settore settentrionale del Paese dove gli interessi in gioco siriani, americani, turchi, curdi e russi sono molto complessi e di difficili riequilibratura.

D. – Lo ha anticipato lei prima: c’è la questione del nucleare nordcoreano. Pyongyang ha sperimentato il lancio di un nuovo missile. C’è la condanna dell’Onu all’ennesima provocazione, ma Trump ha sottolineato: “L’America è pronta ad a gire anche da sola”. Siamo nell’alveo delle minacce o c’è il pericolo reale di missili anche su Pyongyang?

R. – Ci sono ipotesi in questo senso, non si può negarlo ad oggi, perché effettivamente siamo di fronte ad un’escalation. A ciò aggiungiamo il fatto che ogni amministrazione americana porta con sé la sua guerra: l’amministrazione Bush ha portato al mondo la guerra contro l’Iraq, l’amministrazione Obama ha portato al mondo la guerra con i droni contro i terroristi in più parti del mondo; non è da escludere che l’amministrazione Trump possa portare al mondo la guerra contro la Corea del Nord.

D. – Ma lì le cose si complicano: ci sono anche gli equilibri con la Cina, oltre che con la Russia ….

R. – Chiaramente quello coreano è uno scenario molto complesso rispetto al quale quelli mediorientali, a cui siamo abituati negli ultimi venti anni, impallidiscono. Lì siamo di fronte, oltre che a grandi numeri di popolazione, a potenze straordinariamente armate, a potenze nucleari, a difficili equilibri e soprattutto siamo ad un passo dalla Cina che oggi è il vero unico grande concorrente americano sul piano economico e militare.

Fonte: Radio Vaticana

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